Corpo e movimento (di Gian Michele Tortolone, Filosofo)

Ricevi già la nostra newsletter? Se non la ricevi e sei interessata/o ai contenuti del Blog, registrati, utilizzando il box presente qui a fianco. Sarai così sempre periodicamente aggiornata/o su quanto viene pubblicato.

GIAN MICHELE TORTOLONEFilosofo – Dipartimento di Ermeneutica – Università degli Studi di Torino

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno X n. 5 – Maggio 1993, pag. 1


Ogni scienziato o ricercatore utilizza, nel proprio metodo scientifico, una certa visione del mondo, anche se non lo ammette, e spesso non se ne accorge.

Da alcuni decenni, pensatori come Popper, Kuhn, Agassi, ci hanno permesso di scoprire che ci sono dei legami molto stretti fra scienza e filosofia, cosicché noi possiamo oggi affermare, ad esempio, che ogni discorso medico-fisiologico ha delle basi filosofiche, anche nascoste.

Naturalmente, più questi presupposti sono profondi e non volontari, più è difficile riconoscerli e farli emergere: ma il fatto è che, in ogni caso, quando io lavoro sulla realtà, soprattutto sulla realtà umana, trovo solo quello che cerco, ossia i miei risultati saranno omogenei con la visione generale che ho della mia realtà presente.

Cosa significa tutto questo per la ricerca su corpo e movimento e dunque per la Riabilitazione?

Basti pensare che cambiando il modello di corporeità cui mi riferisco, cambiano necessariamente le ipotesi riabilitative.

Prendiamo ad esempio il modello del “corpo macchina”. Un simile aggregato di organi, muscoli, nervi e apparati vari noi lo definiamo “a molteplicità scomposta” o frammentaria.

Se in questo corpo spezzato si determinano problemi di movimento, si può solo cercare di applicare delle tecniche al singolo muscolo, o al massimo all’organo interessato.

Mancherà sempre una visione d’insieme e dunque una tecnica che possa realmente ricostruire, o meglio far ricostruire al paziente la totalità del movimento e i suoi legami col mondo.

Qui si considera ancora il corpo come facevano i medici materialisti dell’Ottocento, mentre bisogna innanzitutto vederlo come un insieme di relazioni.

Se io considero la realtà, il mondo esterno e la vita, come una serie di fatti, diciamo pure di cose, e il corpo come un semplice strumento, anch’esso una cosa, che mi consente di muovermi e di modificare una realtà oggettiva, piena, indubitabile nella sua materia, io non riuscirò mai a risolvere i problemi che la complessità della vita mi porrà.

Un movimento fra cose è una questione meccanica: e infatti proprio così, quasi fino ad oggi, è stato pensato il movimento umano. Ma provate a riflettere su che cosa significa realmente il movimento di una carezza! Chi di voi può affermare che la sua dinamica è quella di alcune leve e di certe superfici!

Il mondo e la vita che noi traduciamo nei movimenti del nostro corpo, di noi in quanto corpi, non sono dei semplici fatti, dei dati materiali e oggettivi: sono delle relazioni, che emergono e si creano proprio attraverso i movimenti corporei.

Se si vuole riabilitare al movimento, è a queste relazioni che si deve poter riabilitare, e che quindi si deve prima conoscere.

E non possiamo nemmeno dimenticare che la corporeità non è solo materia, ma una interconnessione di somatico e di psichico, e che il movimento corporeo è sempre anche un problema del cervello.

Vediamo a quali conseguenze porta l’immagine del corpo-macchina:

  • una fissazione del corpo che diventa un oggetto, distinto da me che lo uso;
  • una chiusura rispetto alla realtà, a cui il corpo è contrapposto, e che automaticamente diventa anch’essa chiusa;
  • l’assenza di dialogo con il mondo;
  • la visione di un meccanismo corporeo sempre incompleto e parziale, di cui noi vediamo e isoliamo solo il funzionamento di una parte, come il chirurgo quando opera;
  • l’equiparazione del corpo al cadavere, a cui possiamo far fare dei movimenti, ma che non si muove.

La Riabilitazione deve al contrario assolutamente avere presente il “paradigma dell’esistenza”. L’esistenza è complessa, e noi non possiamo semplicemente “semplificarla” per poter farla entrare nei nostri schemi mentali, perché un’esistenza semplificata non è più un’esistenza, al massimo si riduce ad un fenomeno da laboratorio.

Se invece vogliamo incidere sulla vita, allora dobbiamo cercare di comprenderla nella sua complessità,qualche volta anche nella sua assurdità, cercando di ricostruire i meccanismi piuttosto che di negarli.

Allora teniamo conto che separare corpo-mondo, corpo-coscienza, corpo-cervello, muscolo-postura-movimento, significa fare della finzione, non analizzare la realtà.

Quando dunque un modello filosofico o scientifico si avvicina al reale? Ci pare che la risposta più efficace sia: quando esso sa dar ragione della complessità, chiarendola il più possibile.

Adesso possiamo chiederci in questa prospettiva di ricerca: cos’è un movimento corporeo nella complessità del concreto e nello spessore dell’esistenza?

Un movimento è innanzitutto un evento del reale, e immediatamente un evento reale.

Questo significa che deve essere compreso nelle relazioni dinamiche corpo-mondo, nello schema complesso della psico-materialità, nei legami profondi con l’universo di significati e di relazioni che costituiscono il mondo di una persona.

Un evento infatti non è solo un insieme di cose, di stati, di dati “oggettivi”, ma un intreccio di dinamismi profondi, la risultante di un tentativo di tentativi, che organizza e interpreta l’energia originaria sulla base del vuoto universale.

Così il movimento è un dialogo intimo col mondo, in cui noi stessi, nella vita, nell’esistenza siamo ricompresi, attraverso i legami del codice della materialità.

E’ in questo intrico di dinamiche e di processi, che il riabilitatore interviene, e di questo egli deve essere cosciente e il più possibile padrone.

Infatti tutto questo apre una serie di problemi, e mette in gioco la corporeità nella molteplicità dei suoi dinamismi.

E solo una filosofia della corporeità può e deve dar ragione delle relazioni e delle reciproche concrezioni e implicazioni fra corpo ed evento.

Per rispondere a queste esigenze una metodica di riabilitazione deve poter inglobare e riformulare tutta una serie di “varianti epistemologiche” decisamente nuove.

  • Una logica di complessità e di sistema, al posto di una visione parcellizzata e selettiva dei fenomeni in gioco.
  • I concetti di “plasticità” e di “dinamicità” che cercano di esprimere il fluire complessivo, e le dinamiche di relazione fra il corpo e il proprio mondo, recuperando molte acquisizioni della fenomenologia filosofica e dell’esistenzialismo, come inquadramento dei processi vitali ed esistenziali nel loro originario evolversi, così come quest’ultimo si presenta nella vita quotidiana.
  • Di conseguenza, l’accettazione di schemi ermeneutici ed interpretativi del rapporto e dei legami col mondo, inteso come sistema di relazioni concretizzate e catalizzate attraverso la corporeità e i codici corporei.
  • Nella logica sistemica in cui si trasformano le relazioni fra parte e tutto, la specificità di una particolarità corporea assume i contorni di una “proprietà emergente”, che ha già in sé i legami con la totalità di cui non è frammento isolato e sconnesso, ma elemento interpretante, distintivo e necessario.
  • Il corpo in questa prospettiva può spiegare la sua attitudine all’autopoiesi, ossia all’auto-organizzazione dell’equilibrio vitale e relazionale, senza impulsi esterni.

La base e le spiegazioni di fondo che permettono queste asserzioni, si trovano nelle leggi ermeneutiche, o della filosofia dell’interpretazione, che pone l’osservatore, cioè qui il medico o il riabilitatore, all’interno dei fenomeni osservati e in reciproca influenza quanto agli effetti delle spiegazioni che ne derivano. E ancor più nella conoscenza delle tensioni profonde che dirigono in generale la realtà dell’esistenza.

Torniamo allora alla filosofia della corporeità che deve esprimere il rapporto fra evento e corpo.

Il modello filosofico che noi proponiamo, nell’ipotesi di una “filosofia del tentativo”, ci permette:

  • la spiegazione delle basi psicofisiche del rapporto corpo-mondo, attraverso i meccanismi evolutivi che vanno dal vuoto universale e costante, all’Ide o Instinct d’essai, fino alla costituzione ed evoluzione permanente del reale;
  • una visione totalizzante della corporeità;
  • una nuova definizione dell’esperienza basata sulla nozione di relazione e di apertura al mondo, come insieme degli eventi;
  • il movimento come rapporto e dialogo col mondo;
  • le relazioni necessarie fra corpo e psiche;
  • la complessità delle relazioni fra corporeità e movimento;
  • il movimento come risultante di dinamiche di eventi;
  • la plasticità come apertura, adattabilità, possibilità dell’esistenza;
  • il gesto come espressione dell’esistenza nella sua totalità e complessità;
  • la possibilità e la necessità della coesistenza di molteplici e plastici “schemi corporei”, per quanto la nozione di “schema corporeo” resti un costrutto teorico.

E’ evidente quanto tutto ciò sia importante e si rifletta sull’elaborazione di qualsiasi ipotesi riabilitativa.

Postato il 20 settembre 2017