La preparazione scientifica e tecnica dei riabilitatori (di Silvano Boccardi – già Direttore Scuola per TdR – Milano)

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Esercizi per una memoria riabilitativa

Nell’ormai lontano 1992, Carlo Perfetti pubblicò, con la Idelson Liviana, un libro, per quegli anni come al solito antesignano, dal titolo curioso ed emblematico: “Esercizi per una memoria riabilitativa”.
Si trattava di una raccolta di articoli, scritti vari, testi in genere, lettere, documenti, comunicati, a firma sua o di appartenenti al suo Gruppo (o “tribù”, come a volte lo definiva), oppure a firma di altri personaggi della Riabilitazione di quei tempi, dati alle stampe o in qualche modo divulgati nei 20 anni precedenti la pubblicazione del libro in oggetto e naturalmente attinenti il modo di concepire, valorizzare, difendere la Fisioterapia e il Fisioterapista (Terapista della Riabilitazione 20 anni fa), la Riabilitazione e il Riabilitatore di allora e le relative problematiche.
“Non dimentichiamo mai” – scriveva Perfetti nella Prefazione – “che dobbiamo costruire oggi il passato del domani e che domani non vogliamo vergognarci di quanto non fatto, fatto male o trascurato per stanchezza, o per mancanza di fiducia”. “Esercizi per una memoria riabilitativa” fu l’occasione per ripensare, dal suo critico e pungente punto di vista, al “come eravamo” in quei tempi.
Questa sezione del Blog vuole quindi proporre, all’attenzione di chi può essere interessato e curioso, contributi significativi, sulla Fisioterapia e il Fisioterapista, sulla Riabilitazione e il Riabilitatore, riguardo al “come eravamo” in un passato remoto (ma volendo anche recente), confrontandoli con testi riguardanti il “come siamo” ora, ma anche con testi dedicati al “come dovremmo (o dovremo) o potremmo (o potremo) essere” in futuro. Spunti per ricordare e riflettere e ci si augura utili per migliorare il proprio impegno ed agire professionale. Chi vuole collaborare segnalando “esercizi” di questo tipo è il benvenuto (vedere le norme per gli Autori). Saranno graditi anche considerazioni, commenti, critiche agli “esercizi” proposti.

Ft. Romualdo Carini – Responsabile Blog

 

“MATITE ROSSE E BLU”
(Da “Riabilitazione Oggi” – Anno II – n. 4 – Aprile 1985 – pag. 1)

SILVANO BOCCARDI
Primario Istituto di Terapia Fisica e Riabilitazione
Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione – Ente Ospedaliero S. Carlo Borromeo – Milano

“I dischi chiari (delle fibre muscolari) sono elastici e quindi passivi…vengono stirati quando i dischi scuri si contraggono aumentando lo spazio occupato dai dischi chiari”.
“I muscoli addominali…sono gli ausiliari dei dorsali (questo perché è più facile portare un carico contro di sé che a braccio teso)”.
“I muscoli monoarticolari hanno una sola vocazione (azione), ad esempio il brachiale anteriore…I poliarticolari…due vocazioni…il semitendinoso e il semimembranoso ruotano il ginocchio in dentro quando non possono fletterlo”.
Sembrano frasi tratte dal da un compitino del peggiore allievo del primo anno di una scuola per terapisti. E’ invece la traduzione, quanto più possibile fedele, di alcune affermazioni contenute nel libretto “Originalité de la méthode Mézières”, edito a Parigi da Maloine nel 1984, affermazioni intercalate da violentI “anatemi” contro i classici, una legione di “petits cuitres” e di beoti che credono di “inferiorizzare” il metodo Mézières tacciandolo di empirismo, e contro i “giuda” che hanno tradito il verbo, usando il metodo come un trampolino per promuovere la loro mediocrità e acquisire quel minimo di notorietà che la loro nullità non avrebbe potuto in nessun modo garantire.
Eppure il metodo Mézières, che si basa su premesse di questa consistenza, ha trovato in Italia un’ospitalità generosa. Sul metodo sono state scritte tesi di laurea e di specialità ed i terapisti italiani sono stati calorosamente invitati ad affollare le conferenze di M.lle Mézières e dei suoi (ora scomunicati) ex collaboratori, allo scopo di perfezionare e di sprovincializzare la loro (dei terapisti) insufficiente preparazione. Per tacere dell’uso che un’abbondante schiera di signori fa del metodo Mézières, anche in Italia, come “source de profits à exploiter”.
Il tutto potrebbe anche essere risibile, se non riflettesse una preoccupante costante dell’ancor giovane Medicina Riabilitativa italiana: l’accettazione acritica di tutto – o quasi tutto – quello che ci arriva, purché avvolto nell’involucro luccicante di una qualsiasi teoria prefabbricata e “firmato” come un indumento falso casual, possibilmente in francese (é più facile da capire) o in cecoslovacco.
Ne abbiamo viste molte di truffe, negli ultimi trenta anni, avallate o sponsorizzate da riabilitatori italiani.
Prima di tutto nel campo dei farmaci ausiliari della riabilitazione. Dove sono finiti la nivalina bulgara, il vaccino russo, le cellule vive svizzere, la levadosina tedesca? Quante illusioni tragiche, quanto malessere dei medici e dei terapisti seri, che dovevano assistere al danno esistenziale, oltreché economico, che producevano. Qualcuno ricorda quella terribile sera, all’Istituto San Carlo di Milano, quando supportato da un divo del 3131 radiofonico di allora, Kluger disquisiva sui miracoli dei suoi trattamenti dei bambini cerebropatici con cellule vive (un paio di milioni di lire di allora al colpo) e la platea gridava invettive contro neuropsichiatri infantili e fisiatri che osavano parlarne male non avendo niente di serio da offrire in cambio?
Ma soprattutto ne abbiamo viste nel campo delle tecniche riabilitative.
So bene che non é giusto generalizzare e fare di ogni erba un fascio. Ma possiamo considerare normali le reazioni di adesione totale, indiscussa, alle proposte di Kabat, poi di Vojta, poi di Doman, man mano che ci venivano presentate, una dopo l’altra e una contro l’altra? Quanto ci é voluto perché gli entusiasmi si spegnessero, e ogni terapista inventasse il proprio Vojta o il proprio Doman personale, o si votasse a quell’acrobatico esercizio di miscelazione con cui prepara l’innesto di un po’ di Vojta e un po’ di Doman su un robusto tronco bobathiano, così come i nostri nonni aggiungevano un pizzico di olandese e una punta di toscano al rapé da mettere nella tabacchiera d’argento.
Certo oggi la maggior parte dei riabilitatori italiani si é resa conto del fatto, che ci doveva essere qualcosa di vero alla base dell’ostracismo, dichiarato ufficialmente, dalle più serie associazioni mediche statunitensi e canadesi all’attività di Doman e dei suoi collaboratori vari lustri or sono.
Castillo Morales trova più resistenza a diffondere il suo messaggio di quanto non ne avesse trovato Vojta ai suoi tempi, e ci vuole il fascino delle teorie di Perfetti e l’entusiasmo apostolico dei suoi discepoli per far nascere nuovi credenti. Ma temo molto che nuovi messia e nuovi profeti siano alle porte. So bene, per esperienza, quanto le frustrazioni del povero riabilitatore che cerca, faticosamente, la guarigione del paziente che é affidato alle sue cure e, in tanti casi, si vede bloccato in questo giusto e lodevole sforzo dalla gravità dellaq condizione morbosa, lo rendano preda relativamente facile di prospettive radiose, ancorché non documentate.
Noi e gli Allievi della Scuola per Terapisti della Riabilitazione dell’Ospedale San Carlo di Milano, ci siamo posti una norma rigorosa.
Di fronte alla proposta di una nuova “metodica” riabilitativa ci riserviamo di considerarla valida solo se:
– le premesse teoriche su cui si basa sono veritiere, o almeno non chiaramente infondate;
– le tecniche proposte sono coerenti con queste buone premesse.
Il terzo criterio di validità, la bontà dei risultati ottenuti, é purtroppo inapplicabile. Né Doman, né Vojta e nemmeno Perfetti ci hanno portato statistiche credibili: e io credo davvero che sia assolutamente impossibile per le tecniche riabilitative, così legate alla personalità e alla preparazione del terapista, oltre che alle infinite variabili delle condizioni del paziente, prevedere sperimentazioni “scientifiche” con il valore che le prove in doppio cieco possono avere per i farmaci.
So però che se avessimo sempre usato i due criteri che ci restano, ci saremmo resi conto in tempo delle rinunce che gli eponimi delle metodiche chiedevano alle nostre capacità critiche.
Avremmo visto le incongruenze cinesiologiche di Vojta e come il suo “striscio” non assomigli a nessuna forma di locomozione nota nel regno animale.
Avremmo capito che il problema di fondo, nel trattamento dei pazienti centrali, non può essere risolto con una più facile attivazione di unità motorie, come proposto dalle terapiste kabatiane.
Avremmo rigettato, senza neanche prenderle in considerazione, le banalizzazioni domaniane del processo di organizzazione delle funzioni neurologiche.
E, forse, avremmo dei dubbi sulla opportunità di identificare con l’elaborazione delle informazioni i processi, incredibilmente complessi, della genesi e del controllo del movimento.
Certo per fare questo é necessario avere gli strumenti adatti. E’ per questo che i tre anni della scuola per terapisti sono tesi alla ricerca del massimo di informazioni, più corrette e più coerenti possibile, soprattutto sui meccanismi cinesiologici, neurofisiologici, neuropatologici, del recupero.
Ed é per questo che distribuiamo volentieri, agli allievi, pagine estratte dai libri che descrivono le metodiche (tanto meglio se scritti dai proponenti) perché segnino con la matita rossa gli errori e con la matita blu le (molte) cose che non si capiscono.
E’ per questo che siamo sicuri che la loro preparazione é una preparazione seria: molto di più che se perdessero tempo a imparare uno dopo l’altro, in un ordine di cui sarebbe difficile spiegare la logica, “il” Bobath, “il” Kabat, “il” Vojta, “il” Doman.