Le matite della storia (di Carlo Perfetti – già Direttore Scuola per TdR)

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CARLO PERFETTI –  già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione e del Linguaggio – Regione Toscana

(Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno II – n. 7 – Settembre 1985 – pag. 1)

“Non dimentichiamo mai che dobbiamo costruire oggi il passato del domani e che domani non vogliamo vergognarci di quanto non fatto, fatto male o trascurato per stanchezza, o per mancanza di fiducia” (“Esercizi per una memoria riabilitativa)…..importante sarebbe comprendere perché, a distanza di tanti anni, alcuni continuino a fare le stesse cose come se nessuno avesse studiato….(n. d. R.)

In questo periodo, caratterizzato da profonde discussioni e da polemiche, spesso aspre oltre il dovuto, circa l’assetto e l’organizzazione del lavoro riabilitativo, l’articolo misurato e serio di Silvano Boccardi (“Matite rosse e blu” – La preparazione scientifica dei riabilitatori) può rappresentare un primo efficace contributo alla discussione su quello che é, quello che dovrebbe essere e quello che sarà la preparazione del “riabilitatore”.

Sembrerebbero preliminarmente necessarie alcune considerazioni non marginali a partire dallo stesso titolo (non so se redazionale o dell’Autore) (dell’Autore – n. d. R.):

a) Non credo si possa continuare a distinguere tra una preparazione scientifica ed una preparazione tecnica, come se si trattasse di due entità separate. Può sembrare di voler riportare in vita la ormai vecchia distinzione tra conoscere e operare, che in nessun campo del sapere e meno che mai in riabilitazione può essere accettata. Il lavoro riabilitativo deve produrre conoscenza, e la scienza non può in alcun caso essere prodotta in sedi troppo lontane dal luogo di lavoro, se vogliamo che abbia un reale significato.

b) In un contesto di questo tipo (si parla di preparazione), il discorso non risulta chiaro se si parla di un riabilitatore in genere e poi si portano esempi che riguardano solamente terapisti. Non si deve dimenticare che la figura del riabilitatore è attualmente dimezzata in due semifigure in parte sovrapponibili, in parte complementari, che non hanno né curricula analoghi, né salari identici, né responsabilità uguali di quanto è accaduto sinora.

Fatte queste premesse, non si può non rilevare come il problema della preparazione di chi deve operare nella riabilitazione non può essere identificato e ristretto a quello di apprendere le cosiddette “metodiche”. Si rischia altrimenti (ed in parte forse accade nell’articolo di Boccardi) di limitarsi a discutere se sia più utile insegnare Bobath e Kabat, oppure se si debba mettere l’allievo in condizione di usare matite rosse e blu per sottolineare i loro errori.

Le metodiche, intese come serie di esercizi, sono elementi caduchi, che hanno vita tanto più lunga quanto maggiore è la nostra ignoranza. Ho già avuto modo di dire che “tutti gli esercizi vanno male, in quanto nella migliore delle ipotesi rappresentano solamente quanto di più perfezionato possa esser fatto oggi, alla luce delle nostre conoscenze attuali, destinati ad essere superati, tanto più rapidamente quanto più intenso sarà il nostro impegno di studiosi”.

Non vedo pertanto che merito possa avere chi segna, nel 1985, gli errori di Bobath nel 1950 o quelli di Kabat nel 1960 (o anche i miei di 10 anni fa).

L’importante, dal punto di vista didattico, non è tanto il giudicare, quanto il comprendere perché attorno al ’60 Bobath e Kabat iniziarono a trattare bambini o adulti in un certo modo, facendo ricorso ad attività per lo più riflesse, trascurando completamente l’interazione del movimento con l’ambiente e con i progetti e gli scopi di chi si muove.

Più importante sarebbe ancora comprendere perché, a distanza di tanti anni, alcuni continuino a fare le stesse cose come se nessuno avesse studiato, nessuno avesse provato o come se non fosse passato il tempo. Questo potrebbe spiegare anche gli errori di Mézières citati da Boccardi, altrimenti incomprensibili in questa epoca, e tanti altri revivals di stiramenti.

Fondamentale è trovare il modo di dare, a chi dovrà occuparsi di riabilitazione, una visione chiara dell’oggetto del nostro lavoro. E per chiara si deve intendere non solo sufficientemente profonda, documentata da dati clinici e sperimentali e correlata a conoscenze di base le più ampie possibili, ma anche e soprattutto non statica. Tale cioè da permettere di inserire al suo interno ogni nuovo contributo e di cancellate senza difficoltà, sia pure dopo meditazioni e confronti approfonditi, quanto di volta in volta non risulti più significativo.

Questo può permettere anche (ma non è che un obiettivo marginale) di comprendere le metodiche, ma soprattutto di vederle e analizzarle come avvenimenti episodici lungo la strada che hanno fatto, che fanno e che faranno le nostre conoscenze circa movimento e recupero.

Gli allievi dovranno essere convinti che un determinato modo di programmare ed attuare l’intervento, cristallizzato o no in “metodiche” (oggi “tecniche”? n. d. R.), è figlio di una determinata epoca che è caratterizzata da determinati modi di vedere l’uomo e i prodotti del suo cervello, dei quali fanno parte sia il comportamento che il recupero di determinati parametri di questo.

Basti pensare ad esempio a come veniva studiato il movimento non più di dieci-quindici anni fa. La ricerca era condotta sull’animale decerebrato e limitata allo studio di una serie di riflessi, analizzati come se avessero goduto di vita e significato autonomi. Certi parametri (attenzione, intenzione, apprendimento) erano eliminati in quanto “mentalisti” e non quantificabili.

Oggi la situazione è radicalmente cambiata e il movimento viene studiato nell’essere sveglio, e neppure il fisiologo ha paura, anzi lo ritiene scopo primario, di trovare correlazioni tra quanto osservabile e i parametri definiti una volta mentalisti. Ne risultano due quadri assai dissimili dello stesso fenomeno e per certi versi opposti, che non possono non avere influito diversamente sui riabilitatori delle due epoche.

Il riabilitatore non può non vedere la sua opera calata nella storia dell’uomo e delle sue conoscenze. E’ quindi la storia che userà la matita rossa e blu per segnare immancabili errori e imprecisioni.

Mi sembra inutile e forse presuntuoso darla agli studenti dopo tre anni di corso e senz’altro poco generoso nei confronti di chi, tanti anni fa, ha cercato di applicare quanto altri mettevano a sua disposizione.

All’interno di questo modo di vedere e per quanto riguarda l’operare della Scuola di Calambrone, non ritengo di aver mai prodotto teorie, meno che mai piene di fascino (grazie Silvano!) e soprattutto di non aver mai prodotto apostoli, perché nella nostra scuola non abbiamo mai predicato nulla se non la necessità di studiare quanto prodotto (purtroppo) da altri ricercatori, e di cercare di applicarlo al nostro mestiere dopo aver assegnato le opportune priorità.

Siamo convinti però, della necessità che la preparazione di chi opera in riabilitazione debba essere tale da permettere una inversione del flusso delle conoscenze (questo è un argomento per la discussione, altro che le metodiche!) e cioè che il riabilitatore divenga non più il fruitore di ricerche che altri hanno condotto indipendentemente da lui e dalle sue necessità, ma l’ideatore, il committente o perlomeno il coproduttore di sapere insieme al fisiologo, al linguista, allo psicologo, ecc.

Nell’interesse di tutti.

Che senso può avere, ad esempio, il lavoro del fisiologo, se non è visto, sia pure con i dovuti tempi di latenza applicativa, in funzione del suo uso per comprendere il comportamento dell’uomo sano e malato e, viceversa, come può, ad esempio, il linguista analizzare il linguaggio dell’uomo se non tiene conto dei dati derivati dalla patologia e dalle sue variazioni in presenza di determinate esperienze, tra le quali quella terapeuticamente programmata?

Il problema della inversione di flusso delle conoscenze è di fondamentale importanza per organizzare la preparazione di chi opera col malato. Pensiamo a quali e quante informazioni potrebbero essere raccolte ogni giorno sul cervello dell’uomo in condizioni normali e patologiche, se chi lavora con il malato fosse in grado di operare con tale preparazione da permette le metodologie richieste da una situazione sperimentale, quale di fatto è l’intervento riabilitativo, anche all’insaputa di chi vi partecipa.

Ma tutto questo non sarà possibile fino a che il riabilitatore resterà analfabeta o quasi, e andrà in crisi tutte le volte che si troverà di fronte a problemi che rivestano una profondità superiore rispetto allo studio delle azioni muscolari analizzate secondo i moduli di Duchenne all’inizio dello scorso secolo, o fino a quando riterrà che suo compito più significativo sia quello di curare le piaghe da decubito o di far giocare vecchi e bambini.

Una soluzione io l’avevo proposta. Una laurea in riabilitazione all’interno di una facoltà di scienze motorie.

Il lavoro attorno ad un progetto del genere avrebbe potuto rappresentare, finalmente, un banco di prova per la competenza e la capacità di fisiatri e terapisti al di là di ogni diaspora corporativa.

La proposta è stata travisata ed osteggiata in tutti i modi, in quanto vista dagli uni come offensiva per la figura del medico e dagli altri come limitativa per quella del terapista.

Certo è più comodo per i primi dare ai terapisti matite rosse e blu (e magari lo si facesse sempre!) come è più facile per i secondi usare matite temperate da altri.

Ancora una volta, però, anche per questo problema, sarà la storia ad usare la sua matita per un giudizio definitivo, e non sarà certo matita rossa.