L’osteopata e il “giocatore fasullo” (di Romualdo Carini, Fisioterapista e Giornalista Pubblicista – Responsabile Blog)

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Anche gli osteopati, professione sanitaria “per grazia ricevuta”, abbaiano alla luna.

Anche loro, come altre bande di “fuori..legge” (abusivi delle professioni sanitarie, per intenderci) presenti nel Far West della Riabilitazione, che aspirano a confluire nei cosiddetti “elenchi speciali” previsti (e sappiamo come ottenuti) dalla legge 145/2018, anche loro, dicevamo, protestano per la persistente non emanazione del Decreto Attuativo e del successivo Accordo Stato-Regioni, che dovrebbe stabilire il loro ambito di attività, le loro funzioni, l’iter formativo, la valutazione dell’esperienza professionale e dei titoli pregressi.

La “grazia ricevuta” per ora si è fermata, per loro, alla sola INDIVIDUAZIONE come professione sanitaria, non ha ancora completato il miracolo con l’ISTITUZIONE della professione.

Si lamentano, recriminano, accusano, ma non perdono occasione per accreditarsi come professione sanitaria già “viva”, per autoreferenziarsi come tale; in altre parole per presentarsi per ciò che ANCORA NON SONO, autoreferenziandosi per competenze che ancora, ISTITUZIONALMENTE, non hanno….

In quel di Piacenza, poco tempo fa, è stato siglato un Patto fra diverse Professioni Sanitarie per favorire la collaborazione nell’interesse dei cittadini”; la notizia è riportata da quotidianosanita.it del 16 giugno scorso.

Con questo Patto, i Presidenti degli Ordini dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Piacenza, delle Professioni Infermieristiche, dei Medici Veterinari, dei Tecnici Sanitari di Radiologia Medica e delle Professioni Sanitarie Tecniche, della Riabilitazione e della Prevenzione, dei Farmacisti, dei Chimici e Fisici (anche di Parma), degli Psicologi dell’Emilia Romagna, dei Biologi Nazionale, si sono impegnati, fra l’altro:

– “a collaborare nell’interesse dell’assistito e della salute pubblica, per favorire l’integrazione delle diverse competenze, nel rispetto dello specifico profilo professionale individuato dalla Legge;

– “a vigilare che i propri iscritti si attengano alla esecuzione delle attività previste dallo specifico profilo professionale individuato dalla Legge e che agiscano nel rispetto del proprio Codice Deontologico”;

– “a dare opportuna informazione anche alla cittadinanza…(omissis)...per favorire la scelta consapevole del professionista sanitario al quale rivolgersi sulla base della opportuna identificazione della qualifica professionale“.

Dulcis in fundo: “Alla elaborazione di questo documento hanno partecipato gli Osteopati….” seguono nomi e cognomi.

Domanda: a che titolo? La “grazia ricevuta” ha funzionato, come detto, per ora solo a metà, per cui la professione sanitaria di osteopata ancora NON ESISTE, non è ancora “viva”, e la sentenza del Consiglio di Stato n. 3410 del 21 giugno 2013, ha stabilito che “Le nuove professioni non possono cominciare a vivere nell’ordinamento se manca l’individuazione dei profili che le caratterizzano e la descrizione dei relativi percorsi formativi”.

Con quale “specifico profilo professionale individuato dalla Legge” hanno contribuito alla stesura del Patto e si propongono alla Cittadinanza?

Un Patto, quindi, voluto per finalità senz’altro apprezzabili, ma siglato con un “vizio di forma”, se così si può dire: hanno fatto partecipare alla sua elaborazione e stesura chi ancora non ne aveva istituzionalmente diritto. Un Patto al 100%….affidabile?

Una attuale NON ESISTENZA dell’ostepata, come professione sanitaria, questa volta però certificata istituzionalmente, da un’altra emblematica vicenda accaduta nelle Marche.

Anche in questo caso encomiabile il fine dell’iniziativa messa in atto (inserire l’osteopatia nel percorso post-operatorio di bambini cardiopatici operati al cuore, presso l’Ospedale Torrette di Ancona), ma non giustificabile il mezzo.

Alcuni mesi fa era stata depositata in Consiglio Regionale delle Marche una proposta di modifica della legge del 2013, Legge che identificava varie figure professionali come medicine complementari.

I proponenti la modifica (alcuni anche professionalmente “interessati”) intendevano apportare un contributo “volto al riconoscimento dell’attività svolta dagli osteopati, una professione ormai molto diffusa tanto da essere oggetto dell’istituzione di “professione sanitaria”, assieme a soggetti cosiddetti “chiropratici” da parte di una legge nazionale datata 11 gennaio 2018 n.3”, come riportato da alcuni organi d’informazione locali .

E, sempre i proponenti la modifica, nella presentazione della proposta, pur riconoscendo che “gli ambiti di attività e le funzioni caratterizzanti tali professioni dovevano essere definiti con successivi atti normativi e decreti dei Ministeri competenti fra loro”, denunciavano che “la lungaggine delle norme medesime, portano spesso ad un allungamento, oltre che all’incertezza, sulla definizione in concreto della parificazione di questa figura rispetto ad altre professioni sanitarie già definitivamente riconosciute”. Sono partiti da lontano….

Una “vacanza normativa” che la modifica di legge proposta intendeva sanare, “perchè nelle more dell’approvazione di una normativa certa ed inequivocabile, e da recepirsi anche a livello regionale, diverse sono le istanze che vorrebbero l’applicazione dell’osteopatia come attività collaterale e migliorativa della qualità della vita di bambini e adulti anche nelle strutture sanitarie del servizio sanitario regionale”. Insomma, hanno realizzato che, per raggiungere i loro scopi, prima dovevano ISTITUIRE la professione di osteopata almeno a livello regionale, aggirando il livello nazionale.

Martedì 16 aprile del corrente anno, la Commissione Regionale ha così dato parere favorevole al riconoscimento degli osteopati all’interno delle strutture ospedaliere marchigiane, “tutelandoli così finalmente con una Legge regionale”. Hanno sostituito, bontà loro, il Decreto Attuativo di spettanza del Ministero della Salute e del Miur, con una loro Legge regionale.

Ma dovevano capire fin da subito che sarebbe stato impossibile farla franca, che sarebbe stata una pia illusione.

E infatti, ecco puntuale l’intervento del Ministero della Salute, che ha impugnato la Legge regionale in oggetto, “eccependo che in attesa dell’emanazione dei Decreti Attuativi, l’osteopatia non è ancora professione sanitaria a tutti gli effetti” (più chiaro di così!). Retromarcia obbligata, con le solite accuse alla lentezza della burocrazia, rimbrotti a destra e a manca, accuse di insensibilità.

Di questa incontestabile attuale realtà che li riguarda, si devono essere però finalmente resi conto anche alcuni diretti interessati, osteopati che sembra abbiano capito che l’autoreferenzialità non paga, non promuove, non “abilita”, anzi ridimensiona, insospettisce, perchè, come si legge sempre su quotidianosanita.it, hanno dato vita ad una loro nuova Associazione, riconoscendo che, fino a quando queste norme istitutive non verranno sancite, gli osteopati italiani saranno contestabili (come “abusivi di professione sanitaria”!) e i cittadini esposti. A conferma, è cronaca recente la comprensibile (sic) impugnazione del Ministero della Salute della recente delibera della Regione Marche per l’accesso degli osteopati alla ricerca e alle cure ospedaliere in ambito pediatrico”. Meglio tardi che mai.

Questi due episodi di ostentata autoreferenzialità (ma chissà quanti ce ne sono!), mi hanno fatto ricordare un curioso e divertente fatto di “cronaca sportiva”, realmente accaduto, che raccontai sul n. 8 – mese di ottobre 2011, di “Riabilitazione Oggi”, di cui ero a quel tempo Direttore Responsabile. Sono andato a ripescarlo nei miei Archivi. Eccolo.

Un supertifoso di una squadra di calcio straniera (non ricordo se di club o nazionale), desideroso come non mai di stare vicino ai suoi beniamini, escogitò un singolare stratagemma per farsi immortalare con loro.

In occasione di una importante partita internazionale, nel trambusto generale che la precedeva, riuscì ad intrufolarsi negli spogliatoi, con la stessa casacca, calzoncini, parastinchi e scarpette dei suoi eroi ed eludendo, magari con la complicità di qualche addetto, il Servizio d’Ordine, entrò con loro addirittura sul terreno di gioco.

Qui, dopo aver sgambettato per un po’ sul campo, con mossa fulminea, al momento della solita foto di gruppo, che precede gli incontri, con “gli 11” messi 6 in piedi e 5 accucciati, andò a posizionarsi come dodicesimo giocatore, e, senza dare nell’occhio, riuscì a farsi fotografare con loro, coronando il suo sogno.

Subito dopo venne però scoperto, e, prima che potesse mettersi in testa qualche altra bravata, venne acchiappato e accompagnato, un po’ con le buone e un po’ con le cattive, a bordo campo; non possiamo dire espulso…perchè era un giocatore fasullo, che non corrispondeva alle caratteristiche vantate, anche se indossava la casacca di quelli veri, per cui non meritava neppure un’espulsione. Una pagliacciata spiritosa e divertente, che ci conferma come l’abito non faccia il monaco o che la forma non faccia la sostanza…”.

A quel tempo il riferimento era al massofisioterapista post ’99, “giocatore fasullo” intrufolatosi chissà come, in quei giorni, nell’elenco delle Professioni Sanitarie presente nel sito del Ministero, come “Professione Sanitaria non riordinata prevista da norme vigenti”, poi rapidamente accompagnato a bordo campo…..ma evidentemente la storia si ripete.

Postato il 1 luglio 2019