Osteopata: indecifrabile anche il collocamento del percorso formativo (di Sandro Cortini, FT, LM)

 

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SANDRO CORTINI – Dottore in Fisioterapia, Laurea Magistrale in Scienze della Riabilitazione

Il quadro delle professioni sanitarie (ed è opportuno richiamarlo nel suo dettaglio) e delle principali norme che ad esse si riferiscono è ottimamente riassunto da Wikipedia (https://it.wikipedia.org/w/index.php?title=Professioni_sanitarie_in_Italia); esse, poste sotto la vigilanza del Ministero della Salute, svolgono attività di prevenzione, diagnosi, assistenza, cura e riabilitazione e sono le seguenti.

A queste seguono le professioni sanitarie tecnico-assistenziali e riabilitative sanitarie.

Per ciascuna professione è stato legiferato, con tempistiche diverse, il “profilo professionale”, definito l’inserimento nella fattispecie appropriata, articolato con la Legge 270/2004 l’impianto generale della formazione e armonizzando il tutto, ove possibile, con le indicazioni della Comunità Europea.

Ad oggi i percorsi di formazione, coerenti con il processo di Bologna, sono quelli di primo ciclo “Laurea” (triennale, 180 CFU), di secondo ciclo (Laurea Magistrale, 120 CFU o, nel caso di lauree a ciclo unico, 300 CFU) e di terzo ciclo (Dottorato ricerca); a questi percorsi “base” si aggiungono i Master di 1^ e 2^ livello e i Corsi di Perfezionamento.

Nonostante sia evidente il non totale allineamento, per diverse professioni sanitarie, del nostro sistema rispetto alla media europea , che prevede fino a 240 CFU per i percorsi di 1^ ciclo e che rimanda ad un secondo ciclo la “specializzazione”, da noi unicamente prevista per aspetti legati a gestione-management-formazione (Laurea Magistrale), non si intravedono che tiepidissimi segnali in direzione di un radicale opportuno cambiamento.

Si può anche arrivare a comprendere la difficoltà di ridefinire competenze, soprattutto per le conflittualità interprofessionali sul “chi fa cosa” (competenze distintive ed esclusive), articolare ex-novo il sistema certificativo, ribaltare i rapporti contrattuali e via dicendo, ma resta il fatto che tutto questo porta a due uscite obbligate: l’esplosione del sistema da un lato e il suo progressivo e costante impoverimento dall’altro.

In tutto ciò sopravviene il discorso dell’osteopatia e degli osteopati, della disciplina e dei cultori che la praticano.

Non entro nel merito del loro inserimento “politico”, nel ddl Lorenzin, che è già stato fonte di infinite polemiche e della volontaria inosservanza dei disposti della legge 43, che quantomeno avrebbero consentito un confronto trasparente e meno velenoso tra le parti in causa, prendo atto di quanto viene determinato. Aggiungo che personalmente non ho posizioni di “categoria” nei confronti dell’osteopatia.

Sulla disciplina credo si sia detto già tutto ed il contrario di tutto: ad alcune possibili debolezze sull’evidenza scientifica, si contrappone il largo consenso e utilizzo da parte dell’utenza.

Accanto alla volontaria inosservanza dei disposti di legge, resta anche indecifrabile il collocamento, per non dire la costruzione, del percorso formativo accademico, che è l’unico certificatore garantito dallo Stato; all’accademia mancano già i docenti tecnico-pratici e talvolta anche teorici di molte discipline nel quadro delle professioni sanitarie (vedi il costante, ma sempre più problematico supporto dato dal SSN alla formazione universitaria) e credo manchi quasi del tutto la presenza fisica dell’osteopata, se non altro perché figura sinora non riconosciuta giuridicamente.

Osteopata che dovrebbe essere in qualche modo formato, stante la legislazione presente, o nel percorso triennale di primo ciclo (180 CFU) e successivo percorso di master (60 CFU) o in un ciclo unico magistrale modello formazione medica (300 CFU): in entrambi i casi con inevitabili complicazioni.

Nel primo caso per la probabile insufficienza contenutistica di un percorso triennale+master e per la difficoltà di collocazione in una delle “fattispecie” delle professioni sanitarie (Assistenziali?), (Riabilitative?), (Tecniche?); nel secondo per la probabile diffidenza dell’area medica di avere a fianco un professionista di qualificazione formativa lievemente inferiore o addirittura uguale a quella del “medico”.

La soluzione sarebbe cavare dal cilindro qualche stupefacente magia…. o magari creare sinergie sinora improponibili? O cambiare tutto il sistema formativo?

Il lato assai più problematico, da questo punto di vista, della vicenda, riguarderebbe invece la validazione dei titoli pregressi, molti dei quali frutto di percorsi non esattamente trasparenti e per i quali dovrebbe essere giocoforza aprire una linea di credito a quella parte di cultori dell’osteopatia che si è spesa per questa battaglia: facendo mente locale alle vicende della limitrofa categoria dei fisioterapisti, direi che il rischio di sanatoria generalizzata sarebbe purtroppo più che probabile.

Non resta che aspettare.

Postato il 10 settembre 2017

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