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A proposito del Fisioterapista di Famiglia e del Fisioterapista di Comunità: alcune riflessioni (di Gianni Cavinato – Dottore in Fisioterapia – Presidente Registro Nazionale delle Professioni Sanitarie della Riabilitazione – RIR)

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Da circa un ventennio, nel nostro ordinamento, esiste l’Assistenza Domiciliare Integrata (ADI), che interviene, a cura e direzione del Medico di Medicina Generale (MMG), per il paziente che necessita di cure al proprio domicilio.

È proprio il MMG che richiede l’intervento delle varie specializzazioni: OSS, Infermiere, Fisioterapista, Psicologo, valutazioni medico specialistiche e diagnostiche … È sempre il MMG che coordina, verifica e definisce il livello, l’intensità e lo status delle cure erogate e del paziente, aprendo o chiudendo un’ADI a sua discrezione, ivi compreso l’eventuale ricovero in ospedale nel caso le condizioni del paziente dovessero necessitare di cure che al domicilio sarebbero impossibili.

Cosa c’è di nuovo quindi?

Da quel che leggo nei due Progetti, c’è quasi nulla o nulla di nuovo, ma gli elementi che rientrano nella normale presa in carico di un paziente.

Ci devono scrivere che il Fisioterapista deve educare anche i famigliari, istruirli e renderli preparati all’assistenza del congiunto?

Individuare eventuali condizioni di rischio?

Fare in modo di educare le persone ad un corretto stile di vita, nella movimentazione dei carichi, nella postura, nelle potenziali attività verso cui insistono rischi a carico del sistema muscolo scheletrico o altro?

C’è bisogno che questo sia addirittura scritto in una legge?

Non fa parte forse del nostro Profilo Professionale da sempre?

Non fa forse parte del nostro normale approccio nei confronti dei nostri pazienti e dei loro famigliari?

Quel che esiste già non va soltanto bene, potrebbe migliorare? Certo che sì! Come ogni cosa!

Ma da qui a definire come innovativo, o come il risultato di un obiettivo di rivalutazione professionale, le proposte sul Fisioterapista di Famiglia o di Comunità, mi pare, oltre che esagerato, anche un po’ deprimente circa l’attuale condizione…. È come ammettere che l’attuale condizione in cui il Fisioterapista opera non sia adeguatamente dignitosa, un fatto che andrebbe inevitabilmente a definire un giudizio di merito nei confronti degli stessi attori che storicamente ne hanno avuto responsabilità.

Quel che vedo è il tentativo, politicamente appoggiato, di discriminare i più a vantaggio di pochi … chi sarà accreditato?

Perché proprio lui o lei?

Se non si attinge alle risorse proprie dei dipendenti delle Asl che lavorano sul territorio da sempre?

E poi, se il contingente dei dipendenti pubblici sul territorio non dovesse bastare? E, come si sa, qualsiasi riforma porta in calce “senza maggiori oneri per la spesa pubblica” …

Chi paga? O meglio: a chi toglieranno qualcosa nell’eventualità? …

Ritorniamo sempre sul concetto di accreditamento: cosa vuol dire questo termine così sopravvalutato e fattivamente inutile?

Essere accreditato equivale ad essere riconosciuto … non lo siamo già?

Essere accreditato significa possedere i requisiti richiesti per l’esercizio di una professione … non li abbiamo già?

Essere accreditato significa essere riconosciuto come abilitato all’esercizio di una professione in quanto in possesso del titolo, degli strumenti e requisiti idonei (nel nostro caso le mani ed il cervello) … non li abbiamo forse?

Diversa cosa è il convenzionamento, questa sì che sarebbe una cosa rivoluzionaria! Questa sarebbe la vera conquista!

Al netto che gli elementi che intercettano la nostra professionalità sia come titolarità, che competenza, esperienza, specializzazione e capacità/meriti eventualmente anche certificati, non sempre ci vengono riconosciuti, è indubbio che fanno parte del nostro status professionale a prescindere.

Purtroppo, però, non ho individuato nessun elemento utile, nelle 2 Proposte, che possa definire in modo certo, certificabile e riconosciuto (anche economicamente) questo eventuale e probabilistico passo avanti della professione. Al contrario sul Fisioterapista andrebbero ad insistere ulteriori responsabilità professionali, senza alcun genere di modifica del suo status di sanitario.

Inoltre, si legge sul giudizio di discrimine basato sull’esperienza, oppure sull’eventuale acquisizione di un Master non ben specificato, ma nulla sul merito certificato e non attribuito per conoscenza, amicizia o altro.

Faccio notare che l’esperienza, ossia il tempo impiegato professionalmente in un determinato lavoro, non sempre può rappresentare un parametro di merito a prescindere … Parimenti un Master, non essendo di per sé abilitante a nulla, potrebbe al massimo fornire delle informazioni, metodi e pratiche di orientamento, ma non definisce in alcun modo l’elemento di merito e di capacità che la pratica richiede nelle infinite possibilità che possono configurarsi nella riabilitazione domiciliare.

Il giorno che il nostro Stato intenda davvero riconoscere il nostro ruolo sanitario in ambito sociale, lo farà soltanto rendendo automatico il convenzionamento del Fisioterapista laureato, ossia, dando la possibilità, agli utenti, di rivolgersi al Fisioterapista (come per il MMG) a spese del SSN. Sarebbe sufficiente quindi riconoscere il ruolo di una professione sanitaria riconosciuta, regolamentata e ordinata, al pari delle altre.

Certamente il passaggio del percorso di laurea dai 3 ai 5 anni, rappresenterebbe un traguardo di indubbio valore e di definizione di un ruolo sanitario e professionale ad oggi troppo stretto e compresso, anche nel percorso formativo, a scapito e danno di una formazione più adeguata, appropriata e completa.

Ma proviamo a fare una stima:

100.000 abitanti di un territorio

Ipotizziamo 100 Fisioterapisti (veri)

1000 potenziali pazienti per ogni Fisioterapista all’anno … non vi sembrano troppi?

Portiamo a 400 pazienti e potremmo avere 250 Fisioterapisti che hanno in carico di assistenza 400 pazienti all’anno …

Contando una popolazione di 60.000.000 di abitanti, dividendoli per 400:

400 pazienti all’anno per 150.000 fisioterapisti … cavolo ne mancherebbero!!!

Ad oggi potremmo avere quindi più di 800 pazienti all’anno per 75.000 Fisioterapisti!

Sapete cosa significherebbe questo?

Fine dell’abusivismo!

Lavoro per tutti e pagato in modo equo e uniforme, senza comunque togliere la possibilità di lavorare in libera professione come puro privato per prestazioni al di fuori del convenzionamento.

Vero riconoscimento professionale!

Fine delle FALSE PARTITE IVA: delle cooperative e dei centri a sfruttamento!

. Vi pare poco?

Ma forse non è quello che si vuole, se le “nuove” proposte non fanno altro che riportare identiche condizioni e schemi che nulla di davvero nuovo apportano alla nostra misera e fragile condizione professionale, pur nel loro merito di voler comunque riordinare un comparto professionale che non trova più la sua adeguata collocazione e che sta correndo il concreto rischio di essere parcellizzato e ridimensionato.

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Postato il 24 ottobre 2021