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GESTIONE DOMICILIARE DEL PAZIENTE 2
PATOLOGIE NEUROLOGICHE
“Quando sarai piccola….”
di Stefano Serenthà, Medico chirurgo specialista in geriatria e Formatore, promotore di Exameron
Tanti mi hanno chiesto pareri sulla canzone che Simone Cristicchi ha portato a Sanremo e che ha suscitato tante reazioni: da chi si è riconosciuto completamente nel testo a chi lo ha visto come artificiale e opportunistico, da chi ha apprezzato il coraggio di toccare un tema non facile in maniera delicata, a chi ha commentato solo per dimostrare di esistere e di voler dire la sua…
Allora un breve parere lo devo, ora che il concorso è finito e magari se ne può parlare in maniera più distaccata.
A me Simone Cristicchi piace e anche la sua canzone mi è piaciuta.
Certo, mi ha creato disagio sentire parlare, nelle varie presentazioni, di “inversione dei ruoli”, di “figli che diventano genitori dei propri genitori” (chi mi segue da tempo sa che ne ho già parlato in tempi non sospetti…): è una tentazione semplicistica e falsamente poetica in cui è facile cadere, ma estremamente non corrispondente alla realtà e pericolosa nelle sue conseguenze, a partire dal rischio di infantilizzazione di una persona che è tutto tranne che bambina. Piccola sì, ma non bambina. Quanto è difficile e sconvolgente entrare nel mistero dell’uomo che, per natura, cresce….diminuendo, diventando più fragile!
Forse c’è stata un po’ di ingenuità nella presentazione e nel commento della canzone (già, la poesia andrebbe più goduta e meno spiegata…).
“Quando sarai piccola mi insegnerai davvero chi sono”, dice in realtà il testo: è una madre che diventa piccola, ma che nella sua piccolezza rimane madre e mi dà la possibilità, se ne sono capace, di rimanere figlio e crescere nel percorso di cura.
Non condivido neanche il pensiero di molti, che sostengono “l’importante è che se ne parli”, perché di demenza oggi se ne parla tanto, anche troppo a volte, ma spesso se ne parla male, banalizzando e falsificando.
L’importante è che se ne parli in modo corretto e intelligente.
Ma non voglio essere lungo. Che cosa mi sembra estremamente arricchente e positivo della canzone?
La grazia del testo e della musica che lo accompagnano sottolineano in maniera delicata ma profonda un aspetto della Cura che mi sembra fondamentale: la GRATITUDINE. Quella di un figlio per un genitore, certo, ma anche quella di un operatore nei confronti di uno sconosciuto: la gratitudine di chi si prende cura per restituire qualcosa di bello che ha ricevuto (magari da altri, ma lo ha ricevuto).
E’ molto diverso dal senso di colpa e dal senso del dovere, che spesso infestano la cura (sia dei familiari che degli operatori) e che portano alla fine a lamentarsi.
Solo chi si accorge di avere ricevuto tanto dalla vita è capace di cura, anche se, come nella canzone, ci può essere “quella rabbia di vederti cambiare e la fatica di doverlo accettare”. Ma la rabbia e la fatica non escludono la gratitudine, anzi le possono dare quella profondità che le lamentazioni invece tolgono.
Forse dovremmo lavorare di più sulla consapevolezza di avere comunque ricevuto tanto dalla vita e saremmo così dei caregivers più veri e più sereni. Anche con tutti i nostri errori.
Personalmente ho incontrato Simone Cristicchi solo una volta, qualche anno fa, in occasione di un suo concerto a Chamois, in Valle d’Aosta. Prima del concerto aveva chiesto di poter camminare da solo, nel bosco per due ore, per godere il luogo e prepararsi al concerto.
Ecco, forse nella profondità del vivere senza lasciarci travolgere dalle cose possiamo trovare anche noi, ogni giorno, capacità di gratitudine e di cura, quella vera.
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