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Il Mucchio selvaggio – “A nord est della caviglia” – di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XIX – n.9 – Novembre 2002

..Il mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Ho letto con attenzione la lettera del Prof. Pirola, che il Direttore di Riabilitazione Oggi ha voluto gentilmente passarmi.

Ho sinceramente apprezzato, essendo abituato a ben altri tipi di riposte da parte dei colleghi, il garbo e la cortesia con i quali ha voluto rispondere alle mie note.

Sono veramente onorato dal fatto che un Collega della Sua esperienza abbia voluto analizzare, con tanta cura, alcune mie osservazioni, e abbia provato interesse a svolgere critiche spesso radicali, ma sempre molto serie.

La maggior parte delle notazioni critiche nei confronti di quanto ho scritto si rivolgono, però, a problemi che, per lo meno nelle mie intenzioni, non erano centrali nella economia del mio intervento, e che, tra l’altro, sono stati per lo più già affrontati in tantissime altre occasioni. Con questo non intendo dire che non se ne possa parlare ancora, ma solo che non intendendo porli come argomento di discussione, erano stati trattati in maniera marginale.

Non era assolutamente tra i miei scopi (forse sono stato poco chiaro) disquisire, ancora, né sulla superiorità del fisiatra rispetto al fisioterapista, né sulla maggiore o minore funzionalità della loro figura ai fini del recupero, e neppure sulla necessità e sul ruolo del fisiatra. Tra l’altro, ho spesso avuto modo di dire, anche su questa rivista, che, secondo me, entrambe le figure, così come si configurano attualmente, sono pienamente inadeguate. Anche se credo che possa essere per lo meno ragionevole, se si considera il riabilitatore come lo studioso del recupero, ritenere che, in questo momento storico-culturale, gli interessi del terapista medio siano molto più vicini allo studio del recupero, rispetto a quelli del fisiatra medio (interesse per l’esercizio, interpretazione riabilitativa della patologia, plasticità dei tessuti e la loro modificazione in caso di patologia…).

Se proprio si ritiene interessante una nuova discussione su queste tematiche, si può sentire dal Direttore Carini se ci concede qualche altro numero di “mucchio selvaggio”, perché proprio quella, a mio modo di vedere, è la sede più opportuna (leggere la epigrafe di Vassalli).

Sottopongo, in alternativa al Prof. Pirola, tanti altri temi di discussione secondo me più significativi.

Nel “mucchio selvaggio “ che ha attirato le sue critiche era mia intenzione porre l’accento, ne fa fede il titolo, sul rapporto fisiatra – “persona”, che il professor Boccardi indica come elemento fondamentale all’interno della professionalità del fisiatra e che dà come sicuramente presente e pertanto consolidata componente nel sapere fisiatrico, come insieme di conoscenze già acquisito e come bagaglio culturale ormai attualizzato.

Dato che il Professor Boccardi è indiscutibilmente uno studioso di rilievo, senz’altro tra i più qualificati all’interno della società scientifica (merito che peraltro non gli è stato sufficiente per ottenere il gradimento dei Suoi colleghi ai fini della Presidenza della società dei fisiatri, come certamente sa il Professor Pirola), ho ritenuto significativo sottoporre la sua teorizzazione alla attenzione dei lettori di Riabilitazione Oggi.

Sostiene, il Professor Boccardi, che la peculiarità culturale del fisiatra, quella che determina la necessità della sua esistenza, è rappresentata dal suo interesse per la “persona”. E per dimostrare la sua tesi premette una definizione di riabilitazione, che mi è sembrata (provi anche Lei a rileggerla) un po’ troppo estesa e comprensiva, per poi teorizzare che il fisiatra è l’unico che può rispondere a tutte quante le caratteristiche enunciate, non tanto perché possiede tutte le conoscenze necessarie, quanto perché è l’unico che si occupa della “persona”.

Una prima osservazione critica è che ci sono tanti operatori che pongono, al centro dei loro interessi professionali, la “persona”; in tutti i casi però il loro riferimento alla persona e alla sua globalità è testimoniato dalla presenza di interessi, di conoscenze e di competenze operative nei confronti di quello che della globalità e della persona è la garanzia, cioè della mente, della esperienza cosciente e del sè. Tutti quanti, tra l’altro, dimostrano che i loro atti operativi, e le loro procedure pratiche di intervento, quelli che nel caso del riabilitatore devono essere finalizzati al recupero di funzione, tengono conto di questi elementi.

Non mi sembra che sia il caso del medico che si occupa di fisioterapia. È la mia impressione, se si ritiene opportuno possiamo comunque discuterne.

Un’altra osservazione di non poco conto, è che lo studio delle complesse problematiche relative alla mente e alla coscienza risulterebbe, tra l’altro, particolarmente pregnante per il riabilitatore, dato che, come sottolineano tutti gli autori che di queste tematiche si occupano (per una rassegna veda Taylor, 2001), ogni riferimento a questi concetti non può escludere il rimando alla corporeità, (la coscienza è “indissolubilmente vincolata ad un corpo che è attivo, che si muove e che affronta il mondo”, Varela, 2000). Concetto che, per ovvi motivi, sarebbe estremamente pertinente per la professionalità di chi si deve occupare del recupero del movimento. È evidente però, e qui sta la critica, che questo rimando non può essere ridotto e limitato solo alla conoscenza del corpo inteso come somma di muscoli e di articolazioni, o tutt’al più connesso per vie riflesse alle stimolazioni del mondo esterno.

È solo lo studio del rapporto mente-corpo e di tutti i problemi ad esso connessi (Bechtel, 1992, Salucci 1997), tra i quali anche quelli relativi alla coscienza nelle sue diverse accezioni (Di Francesco, 2000), che può permettere al riabilitatore di collocare lo studio delle fondamentali nozioni di anatomia e di cinesiologia al loro giusto posto. Si tratta altrimenti di rimasticature prese in prestito da altre discipline. E anche su questo (quale anatomia e cinesiologia per il riabilitatore) sarebbe bello discutere in maniera approfondita.

E badi bene, Professor Pirola, che quando si parla di coscienza, di mente e di sé, non si intendono solo concetti psicologici o filosofici: attualmente anche i neuroscienziati (veda ad esempio Edelman e Tononi 1999), sono allo studio dei loro correlati neurofisiologici (significativo, forse, il titolo dell’articolo uscito nell’agosto di quest’anno su una delle riviste più importanti per la cultura neurologica: “Neural correlates of self reflection” a firma di Johnson e coll., 2002).

Sono nozioni che non dovrebbero mancare, nel bagaglio culturale di chi ritiene suo compito principale occuparsi della persona.

Per questo, con tutta l’amicizia e la simpatia che ho sempre nutrito per il Professor Boccardi, mi sono permesso di sottoporre a discussione le sue ipotesi (il fisiatra nel suo lavoro tiene conto della “persona” e proprio per questo la sua figura è necessaria), anche perché non erano affatto correlate ad alcuna dimostrazione della presenza di tanto interesse nei confronti di questo tipo di sapere all’interno della cultura che si occupa di fisioterapia.

E di questa dimostrazione ce ne sarebbe stato ben bisogno, dato che attualmente (chiedo il parere del Prof. Pirola), nell’armamentario della fisioterapia c’è ben poca traccia di questo interesse, a partire dalla denominazione della disciplina, legata anch’essa ad un corpo-macchina da modificare attraverso l’uso di mezzi fisici.

Basti pensare alla accoglienza che hanno avuto le proposte di una riabilitazione che tenesse conto di qualcosa che andava al di là, sia pure minimamente, delle contrazioni muscolari e dei riflessi, e che proponeva al medico che si occupa di fisioterapia di interessarsi anche di quei processi cognitivi che indiscutibilmente stanno alla base dei movimenti.

Ma i medici che si occupano di fisioterapia sono davvero interessati a questo tipo di studio e a queste tematiche?

Il fatto, questo sì degno di discussione, è che in questo momento si sta verificando una frattura, ancor più netta di quella già esistente, tra coloro, medici e terapisti, che ritengono loro compito occuparsi di riabilitazione e quanti sostengono invece di doversi occupare di fisioterapia. Frattura che, continuando di questo passo, non potrà non portare a pesanti lacerazioni.

Proprio per evitare questo pericolo, Silvano Boccardi, che per la sua notevole esperienza professionale e per la sua indiscutibile sensibilità culturale, ne ha preso coscienza prima di altri, ha tentato in qualche modo, con la sua proposta, di correre ai ripari.

In effetti credo (ma essendo le mie conoscenze del mondo fisioterapico limitate, posso sbagliarmi, discutiamone) che ormai altro sia la fisioterapia, altro la riabilitazione.

L’esempio che il Prof. Pirola riporta a partire dalla sua notevole esperienza, proprio perché estremamente accurato, è estremamente dimostrativo.

L’osservazione del malato, a cui fa riferimento, è condotta rigidamente in terza persona, come se non si trattasse di un sistema (di una persona) capace di descrivere la sua esperienza motoria e i suoi vissuti, al di là di quei riferimenti al dolore ritenuti clinicamente utili. Non c’e alcun interesse nell’indagare quello che la persona malata sente o prova, come vive il suo movimento alterato, cosa prova mentre si muove in maniera impropria e nel comprendere in quale maniera chi deve occuparsi del suo recupero possa/debba tener conto di questi dati… Perché anche queste descrizioni, derivabili dal linguaggio di una persona, rappresentano dei dati, che sono reali come e, forse, più di quelli derivabili dal goniometro, dalle radiografie e da tutti gli esami strumentali.

Basta volerli raccogliere e saperli analizzare e interpretare.

I mezzi usati dalla fisioterapia, la elettroterapia, le molle e tutto il resto (forse ad eccezione degli “esercizi di Perfetti”, la ringrazio per la citazione) sono strumenti puramente fisici, posti in atto per agire sul fisico, che, così come vengono usati, non hanno alcuna correlazione con la mente, la coscienza, il sé, il vissuto del soggetto e tutto quanto è garanzia dell’interesse per la persona.

Non credo sia possibile ipotizzare una paraffinoterapia per la mente, o una ultrasuonoterapia per la coscienza.

Sono mezzi tipici della fisioterapia, hanno quindi poco a che fare con una riabilitazione che voglia fare riferimento alla persona.

Questo non vuol dire che non siano utili, o che non abbiano dignità e diritto ad una cittadinanza clinica, ci mancherebbe altro!!!, ma solo che corrispondono ad una ben precisa visione del recupero, ad un’ottica, cioè, definibile fisioterapica. Non credo che si possa sostenere che questi mezzi di osservazione e questi strumenti terapeutici, siano tali da permettere di scomodare la “persona”.

Davvero, da questo punto di vista, l’esempio della caviglia dell’emiplegico del Prof. Pirola risulta illuminante…

Le garantisco però, caro Collega, che esiste qualcosa a nord est della caviglia, che credo sia proprio alla base della riabilitazione, non della fisioterapia, qualcosa che rappresenta lo specifico di quel riabilitatore che voglia davvero occuparsi della “persona”. A nord est. Cioè più in alto e verso il punto da cui nasce il sole.

P.S.: Egregio Prof. Pirola a mo’ di ringraziamento per le Sue osservazioni, mi permetto di invitarLa al convegno “Un lungo viaggio attraverso la conoscenza” che Riabilitazione Oggi Corsi e Convegni ha organizzato per il mese di aprile 2003, nel corso del quale verranno trattate alcune di queste tematiche. Avremo modo di conoscerci e di discutere a viva voce, che è senz’altro più stimolante.

BIBLIOGRAFIA

Bechtel W. Filosofia della mente. Il Mulino, Bologna 1992.

Di Francesco M. La coscienza. Laterza Bari 2000.

Edelman J , Tononi G. Un universo di coscienza. Einaudi 1999.

Johnson S.C. et coll.(2002) Neural correlates of self-reflection. Brain 125, 1808.

Salucci M. Mente/Corpo. La nuova Italia. Firenze 1997.

Taylor J.G. (2001) The central role of the parietal cortex in consciousness. Con § Cog 12,1.

Varela F. (2000) Quattro pilastri per il futuro della scienza cognitiva, Pluriverso 5,6.

 

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Postato il 16 gennaio 2021