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Il Mucchio selvaggio – “I fisiotartari” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXI – n.3 – Marzo 2004

Gentile Direttore, questa volta il contributo si rivolge direttamente a Lei, nel senso che mi deve aiutare a trovare una spiegazione di quanto, contrariamente alle sue previsioni, sta accadendo.

All’inizio della nostra collaborazione, Lei mi garantì che una rubrica come “Il mucchio selvaggio” avrebbe avuto un’ottima accoglienza e che, se le tematiche affrontate fossero state di un qualche interesse, gli interventi da parte dei suoi lettori, magari polemici, ma utili per una discussione significativa per mettere in chiaro certe acquisizioni del sapere riabilitativo, non sarebbero mancate.

Le confesso che proprio questa speranza di riuscire a dialogare con una popolazione riabilitativa ampia come quella della Sua Rivista, mi ha spinto a continuare ad impegnare il mio tempo ad affrontare tematiche riabilitative di tipo, diciamo così, culturale.

Ora sono passati due anni e gli interventi critici alle riflessioni proposte da “Il mucchio” sono stati molto pochi, anzi uno solo, quello del collega medico Pirola, che ancora ringrazio attraverso la Rivista, dopo averlo già fatto di persona.

Così io e Lei siamo rimasti in attesa e ancora tali siamo, impegnandoci ad ogni uscita della rivista a trovare gli argomenti più stimolanti, che di solito discutiamo tra di noi, per riuscire ad individuare tematiche che spingano i lettori ad una discussione non banale, né faziosa. Ma a tuttora di interventi critici neppure l’ombra.

A questo punto credo che sia proprio il caso di fare un consuntivo, o per lo meno di domandarci come mai, un popolo come quello riabilitativo, così incline a scambi pubblici verbali ed epistolari intensi e frequenti, ai limiti spesso con il clamoroso, ad un certo punto si sia ammutolito.

Naturalmente la prima cosa da domandarci è come mai le nostre corrispondenze risultino così poco stimolanti, da rendere inutile ogni tipo di risposta, dalla più banale alla più polemica.

Ho provato a pensare ad alcune cause.

1. Forse non sono riuscito a rendere chiaro, ai nostri lettori, cosa vogliono effettivamente significare i pezzi che Le mando e spesso non è chiaro neppure di cosa parlino, così da lasciare spazio alle più disparate ipotesi. Ad esempio, quando ho parlato di tordi e di salsicce, mi è venuto il sospetto che la maggior parte dei lettori abbia probabilmente inteso che nella rubrica si volesse affrontare il tema della cucina, oggi così di moda, per cui probabilmente si sono domandati il perché del riferimento a questi cibi così grossolani: che non si tratti per caso di una manovra per lasciare i fisioterapisti nel ghetto della cucina popolare? Perché, avranno pensato, non parlare piuttosto di salmone e di caviale? Forse è per questo che sono mancati interventi sul tema, che, giustamente, non è stato giudicato degno di approfondimento sulla rivista.

2. Un’altra possibilità è che la incisività della rubrica sia stata limitata dal fatto che sono stato troppo “buonista”, e forse in questo caso la responsabilità è Sua, che non mi ha mai permesso di dire chiaramente di chi è la colpa degli stati di cose denunciati, per cui non ho mai potuto attribuire responsabilità ben precise, così da stimolare i reprobi a prendere posizione e da permettere agli altri di individuare un vero capro espiatorio verso il cui comportamento indirizzare le proteste e le ipotesi di riparazione. Forse i lettori sarebbero stati più stimolati, se avessi potuto dire, per esempio, che la colpa di certe situazioni è delle riviste di neurofisiologia, che mettono a disposizione di tutti, anche dei fisioterapisti, una serie di nozioni, che non è né giusto, né conveniente, tentare di tradurre in atti operativi, o che le maggiori responsabilità di certi disagi nella vita riabilitativa sono da attribuire alle richieste dei malati, che pretendono trattamenti di chissà quale durata, che non vogliono mai accontentarsi di quello che è stato recuperato e che non si fidano del livello di preparazione degli addetti ai lavori.

3. In alcuni casi è indiscutibile che si è trattato di tematiche scontate, ovvie e banali per la maggior parte dei lettori. Per esempio il fatto dei sessanta giorni, che è stato presentato come un enigma. In realtà si tratta tutt’altro che di un mistero; è ovvio per tutti, che più di tanto non si può tenere in ospedale un paziente, è poi evidente che la famiglia deve prendersi le sue responsabilità. E poi è ancora più ovvio che non si può spendere troppo del pubblico danaro (che deve essere investito in opere grandi e più degne), per una persona che alla fin fine non riuscirà più a ritornare alle sue precedenti capacità di produzione. Per cui, perché sprecare tanto tempo e tante energie? Che bisogno c’e di dire tutte queste cose, si sanno già, e poi cosa ci può fare un addetto ai lavori fisioterapici… è un fatto (del quale deve essere preso atto) non un problema (del quale bisogna ipotizzare una soluzione)…direbbe Popper. Non si capisce proprio cosa ci sia da approfondire. Quindi a cosa sarebbe servito sprecare tempo e carta per fare domande e discutere dell’argomento sulla rivista?

4. Alcuni lettori, i più impegnati in attività produttive, senz’altro non si sono sentiti d’accordo sul taglio dato alla trattazione di alcune delle tematiche scelte, perché spesso può essere sembrato che volessero gettar discredito sugli interventi di più largo consumo. Giustamente non lo hanno ritenuto corretto, perché un tale atteggiamento critico potrebbe mettere in discussione alcune attività che proprio da questi interventi traggono giovamento. Perché mettere in discussione l’uso della tossina botulinica, che tanto utile si è rivelata per portare in pari i bilanci, muscolari ovviamente? Perché approfondire il senso per la professionalità del terapista e per gli studi sul recupero del rilancio di proposte riabilitative del tutto carenti di contenuti tecnici, come sta accadendo per il “forced use”? Perché attivare una discussione, ad esempio, sul “cui prodest”?

5. Un’altra possibilità è che le difficoltà al dialogo siano derivate dal fatto che i pezzi sono stati quasi sempre troppo difficili e tecnici. Ho il sospetto che tanti lettori si siano domandati: ma perchè parlare sempre di cervelletto, di plasticità del sistema nervoso centrale, di neuroscienze, di filosofia? E’ probabile che un numero maggiore di lettori si sarebbe sentito stimolato a partecipare attivamente ad una rubrica tipo “posta del cuore”, come io Le avevo inizialmente proposto.

Sia come sia, la sostanza è che io e Lei siamo qui ad aspettare, magari impegnandoci, chissà per quanto ancora, con la speranza che qualcuno tra i lettori, trovando interessanti i nostri sforzi e soprattutto le problematiche sottoposte alla sua attenzione, trovi l’energia per prendere penna e carta e scrivere due righe di critica, di approvazione, o magari rilanci il discorso per approfondire alcuni aspetti delle stesse tematiche colpevolmente da noi trascurati.

Scherzi a parte, mi sto domandando, a questo punto, se non può darsi che ci stiamo figurando un mondo riabilitativo che, così come ce lo immaginiamo, non esiste più.

Mi sembra (si parva licet…) che la nostra situazione ricordi, sia pure in parte, quella descritta nel “Deserto dei tartari”. Ricorda, Direttore, la drammatica opera di Dino Buzzati, nella quale Giovanni Drogo, giovane ufficiale, viene inviato in una fortezza di confine, la fortezza Bastiani, nella quale trascorre tutta la sua vita in attesa che si facciano vive le pericolose armate dei tartari, così da riuscire a metter alla prova la sua preparazione militare e le sue doti di soldato?

In effetti i tartari non compaiono mai e quando lo fanno è solo per svolgere alcuni compiti burocratici, come risistemare i picchetti di un confine, così che Drogo e i suoi colleghi non possono in alcun modo confrontarsi con loro.

Eppure alla Fortezza Bastiani si continuano le esercitazioni, si continuano a seguire le regole imposte dalla vita militare nella maniera più rigorosa, in attesa che qualcuno si faccia vivo.

Non Le sembra che anche noi, io e Lei, come Drogo e i suoi colleghi, stiamo aspettando qui, nella nostra Fortezza Bastiani, inutilmente, come nella vera Fortezza Bastiani, che si facciano vivi i tartari della fisioterapia.

E sì che una volta si trattava di un popolo bellicoso, e sì che ci siamo preparati teoricamente e praticamente ad ogni sorta di attacco, ad ogni eventuale domanda, dalla più semplice alla più complessa, all’approfondimento di ogni tematica trattata

I Tartari, però, non sono mai comparsi.

Sì, una volta, come nel testo di Buzzati, abbiamo visto un loro cavallo, (il Dottor Pirola, ma poi…) un’altra volta li abbiamo visti sì, là, sul crinale, ma si limitavano, come nel testo, a metter i loro picchetti di confine…cose burocratiche, i loro DRG, la EBM, le loro linee guida, e così via, cose che non corrispondono certo alla ricerca di un confronto sostanziale tra le due postazioni.

Ma allora non può essere che i tartari non ci siano più, che i veri tartari siano scomparsi o che siano stati trasformati da anni e anni di routine? Non può essere che, in un certo senso, ce li siamo costruiti noi…. e che certi comportamenti che noi ci attendiamo, come il desiderio di approfondire il sapere riabilitativo attraverso una discussione costante, non abbiano più alcuna cittadinanza nella loro popolazione, che nel mondo della riabilitazione non ci siano più né passioni né appassionati?

E’ per questo forse che i Fisiotartari, non si fanno vivi.

Per il Fisiotartaro va tutto bene, non c’è necessità di discutere, nulla lo mette a disagio fino a stimolarlo ad approfondire… sì, è vero, oltre alle molle ci sono anche le ipotesi percettive, ma, tutto considerato, tra un sacchetto di sabbia e un problema conoscitivo la differenza non è tanta. Ma sì… poi, basta saperli usare, tutti gli strumenti sono buoni. Alla fine quello che conta è interagire… cavallo o fisioterapista non sono poi tanto diversi. Sì, si sente dire che qualcuno usa l’immagine motoria, sì va bene… altri invece usano la cyclette ed ottengono ugualmente dei buoni risultati.

I sessanta giorni di ricovero… sì i malati si potrebbero anche tenere di più in ospedale, ma tanto poi cosa si farebbe di così importante? La plasticità del cervello? Sì qualcuno ne parla, ma è così lontana e poi… la tossina certo è più vicina, più concreta… la puoi vedere.

Per il Fisiotartaro nulla è determinante, tutto va ugualmente bene, basta fare qualcosa al malato.

Sembra quasi che non abbia più nemmeno memoria degli avi (i veri tartari) e delle loro attività, per cui non si accorge neppure che sta rimasticando il sapere degli antichi, nella convinzione di provare nuovi sapori, avendo dimenticato quelli dei tempi passati… la tossina, ma non è analoga alla vecchia alcoolizzazione? Solo che Tardieu chi lo conosce più ormai? Chi se ne ricorda? E Herman Kabat? Ma certe contrazioni, proposte come innovative e moderne, non le aveva gia proposte lui? Ma chi è Kabat? E il rapporto tra apprendimento motorio e sensibilità, ma non lo aveva gia pensato la signora Bobath? Ma di che si tratta?

Sia come sia, i Fisiotartari non si vedono…

Ma allora, caro Direttore, perché non prendiamo in considerazione l’ipotesi di cambiare il titolo della nostra rubrica. Non pensa che sarebbe corretto sostituire “Il mucchio selvaggio” con “Il Deserto dei tartari”?

Certo a pensarci la cosa è un po’ triste. Rappresenterebbe la presa d’atto che qualcosa negli ultimi tempi è radicalmente cambiato.

Che da un mucchio sia pur selvaggio di qualcosa di reale, sia pure di rifiuti o di vecchi strumenti, come poteva apparire la riabilitazione fino a qualche anno fa, siamo passati al nulla, alla assenza, al deserto… quello dei Fisiotartari.

 

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Postato il 16 gennaio 2021