…..Il mucchio selvaggio
“mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate
in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,
scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”
(S. Vassalli)
Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XIX – n.5 – Maggio 2002
Si racconta (1) che il pievano Arlotto, mitico personaggio cinquecentesco, protagonista di gustose storielle popolari toscane, si trovasse una sera a cena con alcuni commensali piuttosto sempliciotti, quando venne servito un vassoio con tante salsicce ed alcuni appetitosi tordi.
Il pievano che, oltre ad essere buongustaio, era anche un gran furbacchione, cominciò a lodare con parole entusiastiche le salsicce, ad esaltare la loro bontà e a sottolineare l’inarrivabile buon gusto e le signorili propensioni gastronomiche di chi fosse in grado di apprezzarle.
I sempliciotti, convinti, abboccarono ai suoi suggerimenti, così il furbo pievano poté gustarsi in santa pace tutti i tordi.
Il raccontino, pur nella sua semplicità popolare, illustra una frequente strategia dei potenti: riescono spesso ad indurre, nei sottoposti, una “falsa coscienza” (2), vissuta da questi come del tutto rispondente alla realtà, ma tale da impedire loro di giungere a verità, che li potrebbero indurre a scelte antagoniste.
Ma veniamo al mucchio…
Mi è capitato più volte, quando facevo ancora parte della SIMFER, di assistere a riunioni, congressi, incontri, nei quali i colleghi fisiatri, alla presenza di terapisti, esaltavano in maniera quasi acritica la manualità come cardine del processo riabilitativo, presentandola come l’elemento specifico della riabilitazione. Era, quindi, da ritenersi estremamente fortunato il terapista che, in palestra, beato lui, poteva fare uso di questa abilità, quasi fatata, assolutamente irraggiungibile da parte di altri professionisti anche se culturalmente assai vicini a lui.
Ricordo un fisiatra eminente, addirittura più volte “past president” della Società, che confessò pubblicamente che non riteneva possibile, neppure per Lui, competere con i Suoi terapisti in quanto a sensibilità delle percezioni manuali. In diverse occasioni, una altrettanto e forse più eminente fisiatra, anche se “mai president”, lanciò il termine, che lei stessa aveva coniato, di ” dialogo tonico” tra riabilitatore e paziente. Questo dialogo era, neanche a dirlo, di pertinenza esclusiva del terapista, a differenza, evidentemente, di altri, più cerebrali, e forse anche più remunerativi, tipi di dialogo.
Altri fisiatri narravano anche di aver provato, direttamente, le gioie della manualità frequentando all’estero le palestre di illustri riabilitatori, dove avevano appreso le manualità più complesse delle più complesse metodiche…. chi sa come mai, poi, avevano smesso, lasciando queste gioie ai terapisti, in palestra.
Sentendo, e accade spesso, purtroppo, tanti terapisti che concordano nell’identificare la loro professionalità nella manualità e che sostengono che il loro compito è da questa ben rappresentato, fin quasi ad esaurirsi in essa, non può non venire alla mente la favoletta del pievano Arlotto e l’ipotesi che si tratti, anche in questa situazione, di un caso di falsa coscienza, almeno in parte, indotta.
Il terapista, cioè, anziché assumere come centrale nel suo lavoro la conoscenza dei processi del recupero e della loro evoluzione di fronte alla esperienza, e la manualità come derivante dalla compiuta conoscenza di queste, ha accettato il teorema del pievano ed è rimasto contento di mangiare solo salsicce, lasciando ad altri i più pregiati tordi. E’ naturale che, all’interno della esperienza rilevante dal punto di vista terapeutico, deve essere collocata anche quella guidata manualmente, ma la manualità in questo caso rappresenta solo l’ultimo degli anelli di una elaborata catena, di acquisizione difficile e complessa e non solo di virtuosismi prestidigitatori.
I suggerimenti provenienti dall’altra componente dell’universo riabilitativo, invece, sono stati presi tanto sul serio, che il terapista stesso e le sue associazioni culturali hanno ipertrofizzato, nel bagaglio formativo e culturale, le componenti manuali a scapito di quelle di altra natura. Basti analizzare i contenuti della maggior parte dei corsi programmati dalle varie associazioni e di quelli che raccolgono il maggior successo di iscrizioni.
Una conferma di questo, si può riscontrare nella accoglienza, quasi entusiastica, riservata alla denominazione della figura professionale come “fisioterapista”, in sostituzione di “terapista della riabilitazione”, a sottolineare il fatto che si tratta di un operatore caratterizzato dal fatto che sa usare mezzi fisici in funzione terapeutica.
Rientra in un paradigma di “falsa coscienza”, anche il fatto che molti terapisti sono convinti della utilità di questa posizione da un punto di vista strategico, credono cioè di essere loro i furbi, in quanto riuscirebbero in questo modo a costruirsi un angolo di competenze nel quale non avrebbe diritto di ingresso nessun altro operatore. Senza rendersi conto che la riduzione della professione a pura competenza manuale, e la limitazione pertanto a contenuti teorici estremamente elementari, non può certo condurre a riconoscimenti di alcun prestigio concettuale e neppure economico.
La manualità dell’esercizio, separata dalla necessaria, cioè approfondita, conoscenza delle neuroscienze e dal loro costante confronto col sapere riabilitativo, non può non condurre altro che a proposte riabilitative destinate a rimanere immutate per decenni, oppure ad essere solo marginalmente modificate.
La riduzione dell’atto terapeutico svolto in palestra a pura, o prevalente, manualità, riveste una notevole gravità dal punto di vista concettuale, per cui il fatto non riguarda solo il terapista, ma tutti, medici e pazienti compresi.
Non si può infatti trascurare il valore fondamentale che questo atto riveste dal punto di vista epistemologico. L’esercizio rappresenta lo strumento logico (…altro che manualità!!!) per mettere alla prova la validità delle ipotesi avanzate per la soluzione dei diversi problemi incontrati dal riabilitatore (Popper, 1970) nel tentativo di raggiungere col paziente il recupero ottimale.
Ci sono tante professioni che, pur manifestandosi attraverso manualità anche raffinate, si guardano bene dal sentirsi rappresentate ed esaltate da questa.
Von Karajan usava le mani per dirigere l’orchestra, ma nessuno si sogna di dire che la peculiarità della sua professione è rappresentata dalla manualità: le sue competenze erano ben altre, e da queste derivava la manualità, intesa quindi come uno dei modi di esprimersi del sapere di questo professionista.
Per restare nell’ambito sanitario, il professor Murri, grande maestro della medicina clinica italiana, viene citato da tutti i docenti di semeiotica perché riusciva a identificare, attraverso la percussione, la sede di una moneta incollata sotto un piano di marmo. Esempio di manualità esasperata e virtuosistica, senz’altro paragonabile a quella del più valente terapista. C’era anche la manualità, alla quale, peraltro, il Murri si allenava con scrupolo, ma era espressione di ben altre capacità e conoscenze.
Nessuno si è mai sognato di sostenere che la peculiarità dei lavoro medico fosse costituita dalla manualità, e neppure lo stesso Murri (4) ne sarebbe stato contento.
Ma forse nessuno gli aveva mai spiegato quanto erano buone le salsicce, o forse lui, essendo un buon medico, aveva capito che era molto meglio mangiare i tordi.
Bibliografia
1. Anonimo: Motti e facezie del Pievano Arlotto, Pistoia, 1478.
2. Gabel J.: La falsa coscienza. Dedalo, Bari, 1967.
3. Popper K.: La logica della scoperta scientifica, Einaudi, Torino, 1970.
4. Murri A. : Pensieri e precetti, Zanichelli, Bologna,1924.
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Postato il 16 gennaio 2021










