Menu Chiudi

Il Mucchio selvaggio – “I tordi e le salsicce” – di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

Ricevi già la nostra newsletter? Se non la ricevi e sei interessata/o ai contenuti del Blog, registrati, utilizzando il box presente qui a fianco. Sarai così sempre periodicamente aggiornata/o su quanto viene pubblicato.

..Il mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” –  Anno XIX – n.5 – Maggio 2002

Si racconta (1) che il pievano Arlot­to, mitico personaggio cinquecente­sco, protagonista di gustose storielle popolari toscane, si trovasse una sera a cena con alcuni commensali piutto­sto sempliciotti, quando venne servito un vassoio con tante salsicce ed alcuni appetitosi tordi.

Il pievano che, oltre ad essere buongustaio, era anche un gran fur­bacchione, cominciò a lodare con pa­role entusiastiche le salsicce, ad esal­tare la loro bontà e a sottolineare l’i­narrivabile buon gusto e le signorili propensioni gastronomiche di chi fos­se in grado di apprezzarle.

I sempliciotti, convinti, abboccaro­no ai suoi suggerimenti, così il furbo pievano poté gustarsi in santa pace tutti i tordi.

Il raccontino, pur nella sua sempli­cità popolare, illustra una frequente strategia dei potenti: riescono spesso ad indurre, nei sottoposti, una “falsa coscienza” (2), vissuta da questi come del tutto rispondente alla realtà, ma tale da impedire loro di giungere a verità, che li potrebbero indurre a scelte antagoniste.

Ma veniamo al mucchio…

Mi è capitato più volte, quando fa­cevo ancora parte della SIMFER, di as­sistere a riunioni, congressi, incontri, nei quali i colleghi fisiatri, alla presen­za di terapisti, esaltavano in maniera quasi acritica la manualità come car­dine del processo riabilitativo, presen­tandola come l’elemento specifico della riabilitazione. Era, quindi, da ri­tenersi estremamente fortunato il te­rapista che, in palestra, beato lui, po­teva fare uso di questa abilità, quasi fatata, assolutamente irraggiungibile da parte di altri professionisti anche se culturalmente assai vicini a lui.

Ricordo un fisiatra eminente, addi­rittura più volte “past president” della Società, che confessò pubblicamente che non riteneva possibile, neppure per Lui, competere con i Suoi terapisti in quanto a sensibilità delle percezioni manuali. In diverse occasioni, una al­trettanto e forse più eminente fisiatra, anche se “mai president”, lanciò il ter­mine, che lei stessa aveva coniato, di ” dialogo tonico” tra riabilitatore e pa­ziente. Questo dialogo era, neanche a dirlo, di pertinenza esclusiva del tera­pista, a differenza, evidentemente, di altri, più cerebrali, e forse anche più remunerativi, tipi di dialogo.

Altri fisiatri narravano anche di a­ver provato, direttamente, le gioie della manualità frequentando all’este­ro le palestre di illustri riabilitatori, dove avevano appreso le manualità più complesse delle più complesse metodiche…. chi sa come mai, poi, a­vevano smesso, lasciando queste gioie ai terapisti, in palestra.

Sentendo, e accade spesso, pur­troppo, tanti terapisti che concordano nell’identificare la loro professionalità nella manualità e che sostengono che il loro compito è da questa ben rap­presentato, fin quasi ad esaurirsi in es­sa, non può non venire alla mente la favoletta del pievano Arlotto e l’ipotesi che si tratti, anche in questa situazio­ne, di un caso di falsa coscienza, al­meno in parte, indotta.

Il terapista, cioè, anziché assumere come centrale nel suo lavoro la cono­scenza dei processi del recupero e del­la loro evoluzione di fronte alla espe­rienza, e la manualità come derivante dalla compiuta conoscenza di queste, ha accettato il teorema del pievano ed è rimasto contento di mangiare solo salsicce, lasciando ad altri i più pre­giati tordi. E’ naturale che, all’interno della esperienza rilevante dal punto di vista terapeutico, deve essere colloca­ta anche quella guidata manualmente, ma la manualità in questo caso rap­presenta solo l’ultimo degli anelli di una elaborata catena, di acquisizione difficile e complessa e non solo di vir­tuosismi prestidigitatori.

I suggerimenti provenienti dall’al­tra componente dell’universo riabili­tativo, invece, sono stati presi tanto sul serio, che il terapista stesso e le sue associazioni culturali hanno ipertrofiz­zato, nel bagaglio formativo e cultura­le, le componenti manuali a scapito di quelle di altra natura. Basti analizzare i contenuti della maggior parte dei cor­si programmati dalle varie associazio­ni e di quelli che raccolgono il mag­gior successo di iscrizioni.

Una conferma di questo, si può ri­scontrare nella accoglienza, quasi en­tusiastica, riservata alla denominazio­ne della figura professionale come “fi­sioterapista”, in sostituzione di “tera­pista della riabilitazione”, a sottoli­neare il fatto che si tratta di un opera­tore caratterizzato dal fatto che sa u­sare mezzi fisici in funzione terapeuti­ca.

Rientra in un paradigma di “falsa coscienza”, anche il fatto che molti te­rapisti sono convinti della utilità di questa posizione da un punto di vista strategico, credono cioè di essere loro i furbi, in quanto riuscirebbero in que­sto modo a costruirsi un angolo di competenze nel quale non avrebbe di­ritto di ingresso nessun altro operato­re. Senza rendersi conto che la riduzione della professione a pura competenza manuale, e la limitazione pertanto a contenuti teorici estremamente ele­mentari, non può certo condurre a ri­conoscimenti di alcun prestigio con­cettuale e neppure economico.

La manualità dell’esercizio, separa­ta dalla necessaria, cioè approfondita, conoscenza delle neuroscienze e dal loro costante confronto col sapere ria­bilitativo, non può non condurre altro che a proposte riabilitative destinate a rimanere immutate per decenni, op­pure ad essere solo marginalmente modificate.

La riduzione dell’atto terapeutico svolto in palestra a pura, o prevalente, manualità, riveste una notevole gra­vità dal punto di vista concettuale, per cui il fatto non riguarda solo il terapi­sta, ma tutti, medici e pazienti com­presi.

Non si può infatti trascurare il valo­re fondamentale che questo atto rive­ste dal punto di vista epistemologico. L’esercizio rappresenta lo strumento logico (…altro che manualità!!!) per mettere alla prova la validità delle i­potesi avanzate per la soluzione dei diversi problemi incontrati dal riabili­tatore (Popper, 1970) nel tentativo di raggiungere col paziente il recupero ottimale.

Ci sono tante professioni che, pur manifestandosi attraverso manualità anche raffinate, si guardano bene dal sentirsi rappresentate ed esaltate da questa.

Von Karajan usava le mani per diri­gere l’orchestra, ma nessuno si sogna di dire che la peculiarità della sua pro­fessione è rappresentata dalla manua­lità: le sue competenze erano ben al­tre, e da queste derivava la manualità, intesa quindi come uno dei modi di e­sprimersi del sapere di questo profes­sionista.

Per restare nell’ambito sanitario, il professor Murri, grande maestro della medicina clinica italiana, viene citato da tutti i docenti di semeiotica perché riusciva a identificare, attraverso la percussione, la sede di una moneta in­collata sotto un piano di marmo. E­sempio di manualità esasperata e virtuosistica, senz’altro paragonabile a quella del più valente terapista. C’era anche la manualità, alla quale, peral­tro, il Murri si allenava con scrupolo, ma era espressione di ben altre capa­cità e conoscenze.

Nessuno si è mai sognato di soste­nere che la peculiarità dei lavoro me­dico fosse costituita dalla manualità, e neppure lo stesso Murri (4) ne sarebbe stato contento.

Ma forse nessuno gli aveva mai spiegato quanto erano buone le sal­sicce, o forse lui, essendo un buon me­dico, aveva capito che era molto me­glio mangiare i tordi.

Bibliografia

1. Anonimo: Motti e facezie del Pie­vano Arlotto, Pistoia, 1478.

2. Gabel J.: La falsa coscienza. De­dalo, Bari, 1967.

3. Popper K.: La logica della sco­perta scientifica, Einaudi, Torino, 1970.

4. Murri A. : Pensieri e precetti, Za­nichelli, Bologna,1924.

 

SOMMARIO ALTRI ARTICOLI E RELATIVI LINK

Postato il 16 gennaio 2021