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Il Mucchio selvaggio – “La “centralità del fisiatra” e il terrorismo dell’”ovvietà”, di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXII – n.1 – Gennaio 2005

Caro Direttore,

da qualche tempo Lei cerca di farmi capire che forse sarebbe opportuno che anche il Mucchio Selvaggio dicesse la sua sul cosiddetto problema della “centralità” del fisiatra, sollevato sulle pagine della rivista da alcuni prestigiosi interventi.

1. Il problema non risulta molto appassionante per la riabilitazione e, probabilmente, può avere cittadinanza solo nel mondo della fisioterapia, in quanto possibile solo in un universo nel quale esistano operatori caratterizzati esclusivamente da manualità stereotipate e ripetibili, passibili quindi di “comando” da parte di altri operatori, detentori di maggior potere, anche essi peraltro caratterizzati da comportamenti stereotipati e ripetibili, predefiniti da linee guida, ebm e diavolerie varie.

Se si parla invece di riabilitazione, cioè di un processo di organizzazione di esperienze e di apprendimento, una figura che si arroghi il privilegio della centralità risulta nella realtà improponibile.

Il fatto poi che il dibattito prenda l’avvio da alcune esternazioni di un operatore, che Lei definisce “quel fisiatra”, testimonia già di per sé che la “centralità del fisiatra” non può, proprio in nessun modo, rappresentare un problema importante, almeno per chi si occupi seriamente e con impegno di scienze del recupero.

E poi, dopo l’intervista che tutti i Suoi lettori hanno avuto modo di leggere sull’ultimo numero della rivista, credo che “la querelle” sulla cosiddetta “centralità del fisiatra” possa essere considerata come un fatto di colore o come una manifestazione dell’immancabile immaginario lavorativo, anche se in questo caso si potrebbe quasi collocare ai limiti con la psicopatologia.

Basta analizzare, come Lei in parte ha già avuto modo di fare, l’impostazione data al “problema” da QF (Quel Fisiatra, per usare la dicitura da Lei proposta) nell’intervista costruita con professionalità dall’esperto Calchetti, che, dopo averlo adescato con eleganza, prima definendolo “autorevolissimo” e poi collocandolo tra Pietro d’Arezzo (grande genio innovatore e pedagogista insigne) e Francesco Petrarca (“quel dolce di Calliopè labbro”, tutte doti universalmente riconosciute al nostro QF), lo ha indotto, conducendolo amabilmente da domanda a domanda, a metter in mostra tutta la pochezza e soprattutto la banalità delle sue argomentazioni.

Dall’intervista-trabocchetto, elaborata con astuzia dal diabolico Calchetti, tutti possono rendersi conto, infatti, che la carta vincente del nostro QF è rappresentata dall’imperativo che tutti gli altri operatori, nessuno escluso, (si pensi ai due malcapitati pneumologi) devono dichiararsi in pieno accordo con quello che dice lui, perché si tratta di cosa ovvia. Ne consegue che tutti coloro che si permettono di dubitare della validità di quelle ovvietà contenute nelle sue “teorizzazioni”, non possono non avere torto. E, se hanno la spudoratezza di insistere, sono accusati di diffondere notizie “infondate e fantasiose” e vengono definiti “ irrazionali e confusi” (certo come discendente del Petrarca non se la cava male…Ah Calchetti, Calchetti!!!)

In realtà anche per il più sprovveduto dei lettori, l’unica cosa ovvia è che QF non ritiene opportuno portare alcuna dimostrazione di questa presunta ovvietà.

E’ probabile che i lettori concordino sul fatto che questo uso terroristico di presunte ovvietà, non è male per chi vuole appropriarsi di un ruolo centrale cioè di guida, controllore e di garanzia (per usare le parole di QF) per un gruppo di persone caratterizzate da saperi diversi e all’interno di un processo tanto complesso come il recupero.

A ben pensare, poi, la ovvietà, presunta da QF, non è poi così ovvia da non suscitare qualche (molte) perplessità.

Non è tanto ovvio, infatti, assimilare il processo di recupero alla costruzione di una casa (in un caso si tratta di operare con mattoni, cemento e travi, nell’altro ci sono anche (!!!) una persona ed un cervello), ma forse per la fisioterapia non si tratta di distinzioni importanti.

Ci sarebbe da dedicare un intero Mucchio Selvaggio al significato sul piano scientifico, oltre che su quello umano, di questa visione (uomo malato come casa da costruire) che fa parte di modi di vedere l’uomo, ormai rifiutati da tutti (sarebbe interessante sapere cosa ne pensano Boccardi e Pirola, teorici della persona “ad usum physiatrae”) e che apre uno spiraglio sulle ambizioni culturali di QF, dentro il quale, dopo l’intervista, tutti possono ormai lanciare sguardi impietosi.

E’ tuttaltro che ovvio anche definire il rapporto terapista-fisiatra analogo a quello esistente tra architetto e muratore (anche nell’ambito della fisioterapia dovrebbe sembrare piuttosto limitativo e forse anche offensivo).

Sotto la amorosa guida di Calchetti, QF continua, poi, a far riflettere il lettore enunciando una teoria (ovviamente da lui stesso elaborata) relativa alla autoattribuzione di una formazione professionale, disponibile solo per sé e per altri eletti (forse selezionati dallo stesso QF, visto che nemmeno tutti quelli della sua casta sono sicuri di possederla), che “nessuno altro dei componenti del mondo riabilitativo ha e che a nessun altro serve” (???) .

Senz’altro QF ritiene ovvio anche questo brano del suo filosofare sulla centralità del fisiatra. Non si sente infatti in dovere di specificare, per quei lettori che, non ritenendolo tale, sarebbero curiosi di saperlo, come ci si può procurare questo tipo di formazione e come (attraverso quali studi e quali esperienze di lavoro) se la sono procurata lo stesso QF e i suoi selezionati amici.

E’ da pensare inoltre che interesserebbe a molti lettori di questo giornale, e sicuramente ancor di più a tanti epistemologi, avere qualche notizia supplementare sulla strutturazione di una preparazione conformata in modo tale che, pur non contenendo conoscenze precise di quello che gli altri operatori sanno, dia il diritto in ogni caso, a chi la possiede, di poter “governare l’insieme” “conoscendone contenuti, modalità, indicazioni e sinergie”. Tutto lascerebbe pensare a conoscenze misteriche, acquisibili forse solo per iniziazione, che consentirebbero, comunque, proprio per via di questa mistericità, a chi conosce poche cose, di controllare chi ne sa più di lui.

Il tutto per l’interesse del malato e soprattutto del “pagatore”…( e dai… con questi petrarchismi!!!)

E un vero peccato, caro Direttore, che la Sua rivista abbia disgustato il nostro QF, altrimenti potrebbe raccontarcelo nel prossimo numero.

E tutto questo solo nella risposta alla prima domanda dell’astuto Calchetti, che nelle due domande successive ne combina anche di peggio al nostro QF, che forse ha scambiato per ingenuità la cortesia professionale dell’intervistatore, la cui sagacia lo ha costretto invece a mostrare a tutti tutto il suo armamentario di “ovvietà”, che QF continua ad usare in maniera terroristica minacciando di ritorsioni chiunque ad esse non si adegui.

Se queste sono le basi teoriche per dimostrare la centralità di un operatore nei confronti di tutti gli altri…!!!!

2. In realtà, amenità a parte (ché di amenità si tratta, e non è quindi il caso di prendere in esame tutta la intervista), il problema per quel che riguarda l’operare riabilitativo sarebbe presto risolto: centrale è il malato ed il suo processo di recupero, tutti gli altri sono operatori che devono ruotare attorno a lui, e, se proprio si vuole parlare di centro, sono tanto più vicini al centro quanto più si impegnano con lo studio (dei processi che sottostanno al recupero) e col lavoro di palestra (con la applicazione sul malato, intelligente e descrivibile, di quanto studiato) a risolvere i problemi che di volta in volta il suo recupero impone e che debbono venire affrontati, con studio e competenza. Quanto più l’operatore si distrae (mi conceda, Direttore, di usare questo eufemismo), dietro altre problematiche, talora di tutto rispetto, ma che non hanno nulla a che fare col recupero (incombenze buro-managerial-mercantili, budget, incentivi, linee guida, ebm, ….) tanto minore sarà questo impegno e tanto minore il contributo che potrà dare all’insieme degli operatori che lavora per il recupero, tanto più lontano si collocherà quindi dal centro.

Certo questa visione appare fuori del tempo, ed il Mucchio Selvaggio rischia di esser preso per un padre Cristoforo di manzoniana memoria, che al pranzo del Conte Attilio (nel nostro caso il QF), ha la spudoratezza di sostenere che meglio sarebbe che non ci fossero né sfide né bastonature (né centralità del fisiatra, né prevaricazioni di altri) in un mondo che solo in queste si riconosce.

Certo, si tratta di una visione di altri tempi, preistorica direi, di quando il malato si chiamava ancora malato o tutt’al più paziente, perchè doveva avere la pazienza di sopportare che cercassimo di superare la nostra ignoranza attraverso tanto studio, e proprio per questo era lui al centro dell’interesse. Poi il malato è diventato un utente e allora la centralità è passata al “Servizio” (ospedaliero, territoriale, universitario, centrale, decentrato, verticale, trasversale…). Ultimamente è stato trasformato in cliente e allora al centro dell’interesse è subentrata l’azienda con i suoi indispensabili profitti e con i suoi componenti che bisticciano tra loro per occupare sempre di più una “centralità” della quale nessuno ha il coraggio di definire con esattezza, e in termini di concretezza di mercato, il reale significato.

Per questo motivo il Mucchio si è sempre occupato, ritenendoli centrali, questi sì che lo sono, dei problemi relativi al recupero del malato, dando per scontata la sua pazienza nell’attendere che divenissimo più bravi attraverso la consultazione degli studiosi delle scienze di base, attraverso la elaborazione di problemi, ma sempre relativi al recupero, mai burocratici o di potere. Per questo abbiamo utilizzato (finchè è stato possibile) la denominazione di “riabilitatore” per definire tutte le principali componenti del lavoro, consci che la centralità fosse data non dal titolo di studio o dagli anni di corso prescritti dalla legge, ma dall’impegno e dalla competenza nei confronti dei problemi imposti dal recupero del malato.

3. All’interno del mondo della riabilitazione (forse non è così all’interno della FT, bisognerebbe però che i lettori della Sua rivista ci pensassero), non può esistere tra gli operatori alcuna centralità precostituita e meno che mai ne può esistere una che, di fatto, garantisca il prevalere gerarchico di un operatore sugli altri.

L’insieme degli operatori, per essere veramente efficace ai fini del raggiungimento di uno scopo talmente complesso come il recupero, deve costituire un sistema che basi la sua attività sul lavoro contemporaneo, ma soprattutto strutturato, di tanti operatori (gli elementi costitutivi del sistema), caratterizzati da saperi/contenuti diversi e sulle relazioni esistenti tra loro, che vengono ad assumere di volta in volta un valore ed un peso diverso in rapporto al problema affrontato.

Come tutti i sistemi autoorganizzati, il sistema riabilitativo deve essere caratterizzato dalla possibilità/capacità di modificare la sua organizzazione in funzione dei problemi da risolvere.

E’ indiscutibile pertanto che, se per la soluzione di un problema sarà più rilevante il contenuto del neurologo, attorno al sapere di questo si riorganizzeranno tutti i saperi del sistema, modificandosi e modificandolo. Se, di fronte ad un altro problema, diverrà più rilevante il sapere dell’ortopedico, l’organizzazione del sistema si modificherà in relazione a questo, in altri casi sarà attorno a quello del terapista che gli altri operatori riorganizzeranno, anche modificandosi, le loro relazioni e le loro conoscenze, sempre in funzione della soluzione di un preciso problema.

La centralità di una componente, come proposta da QF, implica invece un riferimento gerarchico predefinito e fisso, che non è in nessun modo funzionale alla complessità degli scopi che la riabilitazione si propone di raggiungere. La migliore soluzione dei problemi del recupero è garantita solo dalla presenza di una organizzazione del sistema terapeutico che gli consenta di modificarsi in rapporto alla natura dei problemi da affrontare.

Nel lavoro riabilitativo il problema non è quello della centralità di una o dell’altra componente, ma quello di conciliare la interdipendenza di tutti con la indipendenza culturale di ciascuno.

Sul significato e sul modo migliore di raggiungerla, dovrebbero essere centrati gli sforzi teorici e pratici dei riabilitatori, e non è certo un bene se ci si lascia distrarre dalle manie di prevaricazione di qualcuno.

Si sta ovviamente trattando di problemi relativi alla sostanza del recupero, (quanto, cosa e come può recuperare un soggetto affetto da determinate patologie), non al controllo del budget, all’ammontare degli incentivi o alla fedeltà alle linee guida o dei tempi prescritti da x o y e neppure di problemi economico-burocratici, per risolvere i quali l’ultimo amministrativo della struttura è indubbiamente più competente del più preparato dei riabilitatori.

4. Caro Direttore, questa è, naturalmente, solo una ipotesi/proposta per impostare una discussione sul problema della organizzazione del lavoro che vada al di là della becera trovata della centralità di una componente.

Preliminare però, per la serietà della discussione, risulta la risposta che le diverse componenti sono in grado di dare, concretamente e senza sostenere la “ovvietà” dei loro assunti, ad alcuni quesiti:

a. Quali sono i problemi che la presenza di ogni componente è in grado di contribuire a risolvere nel mondo della riabilitazione?

In parole povere ciascuno si dovrebbe domandare (e lo dovrebbe dimostrare, soprattutto prima di definirsi addirittura punto centrale di riferimento e di controllo anche per altri operatori), per quali problemi del lavoro riabilitativo la competenza in suo possesso è utile, se lo è. Per essere ancora più semplici ognuno dovrebbe definire per quali problemi ritiene indispensabile il suo sapere e come questo sia disponibile a modificarsi/strutturarsi in relazione a quelli delle altre componenti del sistema.

b. Si dovrebbe poi rispondere alla domanda se, la preparazione in possesso di ciascuna componente, l’impegno che può destinare al lavoro di palestra e la disponibilità allo studio, rendono la sua presenza davvero così indispensabile per la evoluzione della riabilitazione alla luce degli immancabili progressi delle scienze di base e del continuo perfezionamento delle conoscenze che caratterizza le altre cliniche.

c. Non sarebbe male, poi, se ciascuno cercasse di rispondere seriamente e sinceramente anche alla domanda se la presenza della componente della quale fa parte, proprio per la sua formazione e la sua cultura, non rappresenti un ostacolo nei confronti della assunzione di responsabilità da parte di altri e della formazione di altri tipi di operatori più seriamente preparati.

 

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Postato il 16 gennaio 2021