Menu Chiudi

Il Mucchio selvaggio – “Lo strappo” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

Ricevi già la nostra newsletter? Se non la ricevi e sei interessata/o ai contenuti del Blog, registrati, utilizzando il box presente qui a fianco. Sarai così sempre periodicamente aggiornata/o su quanto viene pubblicato.

..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XX – n.1 – Gennaio 2003

Caro Direttore,

l’ultimo “Mucchio selvaggio” ha raggiunto i lettori in vicinanza delle festività, per cui tanti di loro hanno colto l’occasione degli auguri di buon anno, per espormi anche le loro perplessità rispetto ai rapporti tra fisioterapia e riabilitazione, quali erano stati configurati nella risposta al Prof. Pirola e al Prof. Boccardi (Perfetti 2002).

E’ evidente che sono stato poco chiaro, per cui ora, se Lei me lo concede, provvederò a specificare meglio quello che, secondo me, rappresenta un fenomeno molto importante per il mondo riabilitativo.

Era mia intenzione dire che negli ultimi anni, ne vedremo poi le cause, all’interno di quella che veniva ancora definita riabilitazione, si sono enucleate due discipline completamente diverse, a partire da due tendenze che, fino a qualche tempo fa, avevano convissuto al suo interno.

La prima è costituita dalla fisioterapia, che comprende tutti quei modi di procedere per i quali, da poco, i suoi sostenitori hanno preteso, e giustamente, una denominazione diversa da quella di riabilitazione. Si basa infatti sull’uso di mezzi fisici per stimolare quella attività motoria, in alcuni casi neuromotoria, la cui evocazione è ritenuta indispensabile per il recupero delle funzioni alterate.

La seconda, che continua ancora a denominarsi riabilitazione, qualche volta con l’aggiunta di cognitiva, ultimamente di neurocognitiva per sottolineare lo stretta relazione che viene proposta tra i processi biologici (neuro-) e quelli mentali (cognitivo) ritiene che il recupero sia, almeno in parte, analogo ad un processo di apprendimento e che, al suo interno, i processi definiti mentali giochino un ruolo almeno altrettanto importante di quelli fisici.

Ho cercato di attirare l’attenzione del lettore sul fatto che la distanza tra i due modi di vedere si è attualmente così accentuata, e non certo per motivi puramente soggettivi, che ci si trova di fronte ad un vero e proprio strappo.

E’ innegabile che in questo momento stiano convivendo sotto lo stesso tetto (nelle stesse palestre) due tipologie di operatori che hanno ben poco in comune nel loro modo di ricercare il recupero.

Dove prima esisteva una sola disciplina, all’interno della quale coesistevano operatori di diverse tendenze, esistono ora due discipline differenti, caratterizzate da saperi ben diversamente strutturati.

Le cause che hanno condotto a questo strappo, e che lo stanno rendendo insanabile, sono da ricercarsi in almeno tre ordini di studi, che devono essere ben analizzati anche nella diversa incidenza che hanno avuto sulle due discipline, se si vogliono discutere con il dovuto approfondimento i motivi del contendere

1. Ricerche neurofisiologiche

Dopo aver dimostrato che non esiste nel sistema nervoso centrale, in alcuna sede, una rappresentazione del muscolo corrispondente alla sua definizione anatomica, caposaldo di certi modi di operare fisioterapici, si sta ora confermando che non esistono nel sistema nervoso centrale strutture esclusivamente motorie.

E’ probabilmente inutile, in quanto fin troppo nota, fare riferimento, a questo proposito, alla evoluzione delle conoscenze relative al cervelletto (Perfetti, Pieroni, 1999), che è stato dimostrato struttura cognitiva e non solo motoria. Non è privo di significato, però, sottolineare che gli ambienti ufficiali della fisioterapia, non hanno ritenuto opportuno cogliere la rivoluzione cerebellare (è cosa che in effetti riveste poco interesse per la strutturazione del loro sapere), ormai da tutti gli studiosi accettata, per provvedere a modificazioni del loro modo di procedere e di valutare.

Così come, presso i cultori della fisioterapia, non ha avuto alcuna risonanza, neppure a livello di discussione accademica, tutto quel filone di ricerche tendente a vedere nella area motoria primaria non più un catalogo di contrazioni muscolari legate tra di loro fissamente e somatotopicamente (paradigma homunculare), ma la sede di elaborazione di processi organizzativi, ad esempio spaziali (Georgopulos).

Sempre ricerche neurofisiologiche, hanno evidenziato come le strutture che compongono il sistema nervoso centrale presentino una notevole plasticità; e che questa, per essere attivata necessita, non tanto di stimolazioni, quanto della attivazione di processi cognitivi (Recanzone, 2000). La semplice stimolazione periferica, o la attivazione di grossolane contrazioni muscolari, non hanno che effetti trascurabili.

Anche queste ricerche non sono state recepite, neppure a livello problematico, da parte di cultori della fisioterapia, mentre hanno avuto notevole risonanza negli ambienti riabilitativi, nei quali spesso hanno confermato ipotesi di palestra presso i quali sono state giudicate basilari, in quanto, secondo questa visione, la ricerca del recupero di funzioni non può certo fare a meno del contributo delle aree corticali, la cui plasticità non dovrebbe pertanto rappresentare problema di poco conto.

2. Ricerche basate sul neuroimaging

La attivazione delle diverse aree del sistema nervoso centrale in occasione di movimenti, non è in rapporto solamente con la configurazione delle contrazioni che compongono il movimento, ma soprattutto con il loro significato per chi si muove. In concomitanza con movimenti cinesiologicamente identici, si attivano infatti aree corticali e sottocorticali notevolmente diverse, a seconda se si tratta di movimenti eseguiti automaticamente, o di movimenti sottoposti alla coscienza, così come se si tratta di movimenti appresi o di movimenti in corso di apprendimento (Jenkins 1994 ).

Anche questi dati, ai quali è stata attribuita grande importanza da parte di coloro che si definiscono riabilitatori, non hanno invece suscitato interesse nella comunità dei fisioterapisti.

3. La ricerca di uno stretto collegamento tra gli studi condotti nell’ambito delle neuroscienze e quelli di ambito filosofico

Proprio sotto questi stimoli culturali, il mondo delle neuroscienze si sta attualmente occupando di parametri del comportamento, tradizionalmente ritenuti di pertinenza filosofica, nei confronti dei quali fino a qualche anno fa non era assolutamente prevedibile alcun interesse, quali la coscienza, la intenzionalità, il sé, le descrizioni in prima persona, il rapporto mente-corpo.

Anche questi studi non hanno trovato alcuna risonanza tra i cultori della prima delle due discipline, mentre si sono invece rivelati, già da ora, estremamente utili per il riabilitatore. Basti pensare al contributo alla elaborazione di nuovi strumenti per l’esercizio (è il caso della immagine motoria) e alla possibile rilevanza degli studi sulla coscienza per la osservazione del paziente.

Questi tre ordini di ricerche, pur essendo stati valutati come diversamente rilevanti dai cultori delle due discipline in rapporto alla struttura del loro sapere, hanno fatto irrompere, nel mondo degli studi del recupero, una serie di problemi relativi alle possibilità di modificare il comportamento alterato a causa di una lesione. Tra questi non è possibile infatti non prendere in considerazione:

A. Il problema del rapporto tra il “fisico” e il “mentale”.

E indiscutibile che alla base del concetto di riabilitazione c’è proprio, e sul piano pratico viene infatti ammessa da tutti (fisioterapisti e riabilitatori), anche se con diversa enfasi, la possibilità di incidere attraverso la evocazione di attività mentali sull’assetto fisico del sistema uomo.

Occorre notare che il problema, posto in questa maniera, richiede un’ottica di studio quasi diametralmente opposta a quella adottata di solito da filosofi e neuroscienziati (Bechtel, 1992), per i quali la maggiore attenzione è rivolta a come possa il fisico “causare” il mentale, cioè come possa un ammasso di neuroni generare, ad esempio, fenomeni quali la coscienza.

Il problema, così come è posto dal riabilitatore, permette di trovare una ampia collocazione a tutti i fenomeni di plasticità del sistema nervoso centrale che sono stati dimostrati dipendere dalla esperienza, compresi i compensi di funzione ed il recupero stesso.

B. Il problema della interazione del corpo con il mondo esterno e con gli oggetti che lo compongono.

Anche questo problema (Watzlawitck,1988) è presente a tutti i tipi di riabilitatori, anche se la soluzione in un caso (fisioterapia) viene demandata ad altri operatori ed in tempi successivi (T.O.), mentre nell’altro caso deve far parte delle modalità di trattamento in palestra fin dall’inizio. In realtà la programmazione dell’itinerario terapeutico che conduce al recupero è sicuramente influenzata dalla risposta che il riabilitatore dà a questo problema. Ben diverso risulta il trattamento elaborato da chi opera per il recupero di una funzione (che non può non fare riferimento alla interazione col mondo), se ritiene che il sistema nervoso centrale possieda una rappresentazione fissa e “oggettiva” degli oggetti fisici, oppure se ritiene che il cervello produca i suoi oggetti indipendentemente dalla fisicità del reale, o ancora se adotta una “via di mezzo”, per cui è il rapporto con l’oggetto che costruisce l’oggetto stesso, mentre costruisce anche il sistema nervoso stesso (Varela e Shear, 1999).

C. Il problema della “volontà”.

La categoria del volontario ha rivestito per la riabilitazione di tutti i tipi una importanza rilevante. Per alcuni fisioterapisti (definiti neuromotori) il concetto, per quanto elaborato superficialmente, è servito a distinguere due tipologie di movimenti (volontario e posturale), che hanno poi fornito la giustificazione per la suddivisione di due categorie di muscoli, volontari e posturali ed anche a due tipologie di segmenti motori. Sulla base degli studi filosofici e neurofisiologici riferiti appare indispensabile:

 – definire con più precisione il concetto di “volontà”. Una ipotesi potrebbe essere di confrontarlo con il concetto di intenzionalità, al quale fanno riferimento attualmente anche i neuroscienziati (Varela e Shear 1999, Manzotti e Tagliasco 2001) della quale indubbiamente la intenzionalità motoria rappresenta un paragrafo. Sarebbe possibile, in questo modo, collocare all’interno importanti elementi, quali la rappresentazione mentale, la anticipazione e la elaborazione di modelli da parte del sistema nervoso centrale;

– definire le modalità di passaggio dalla intenzionalità alla contrazione muscolare. E’ da notare infatti che sino ad ora il fisioterapista che, solo attraverso la “volontà”, ha trovato il modo di fare riferimento al mentale, non ha mai dedicato attenzione alle tappe interposte tra questa e la estrinsecazione dell’atto.

Occorre domandarsi quanto sia utile, per la riabilitazione, continuare a ritenere che gli unici dati siano quelli derivabili dal metro e dalla bilancia, e continuare a basarsi solo su questi per la valutazione del malato e la elaborazione di esercitazioni. Se la risposta ai problemi A, B, C è ritenuta importante, non è chi non veda come solamente il riferimento, sia pur con tutte le cautele e con le opportune modalità tecniche di raccolta, alle descrizioni del malato possa rappresentare, più di altri mezzi di indagine, una possibilità di studio assai rispondente alle necessità del riabilitatore (Perfetti, Pantè, Rizzello, i.c.s.).

L’avvenire degli studi sul recupero, oltre che il rispetto per gli studiosi da parte della comunità scientifica, dipenderanno strettamente dalla capacità che i riabilitatori mostreranno nel saper affrontare questi problemi e dalla rilevanza che le soluzioni trovate, sia pure di tipo ampiamente diverso, troveranno nella pratica di palestra.

L’augurio di questo inizio anno che il “Mucchio selvaggio” vuole porgere ai suoi lettori è che, dopo tante discussioni su drg, pgp, emb, lg, tossine, etc, il mondo degli studiosi del recupero trovi finalmente il tempo ed il modo per tornare a discutere validamente di cose serie e a confrontarsi, anche duramente, sui problemi importanti per la qualità del lavoro in palestra

Solo in questo modo lo strappo che si è venuto a determinare potrà tradursi in un arricchimento del sapere riabilitativo e in un aumento della sua complessità e non si correrà il rischio che conduca invece, come non è da escludere, ad una sua ulteriore banalizzazione.

Buon 2003.

Bibliografia

Bechtel W.(1992) Filosofia della mente, il Mulino Bologna.

Georgopoulos A.,Caminiti R.Kalaska F.( 1983) Spatial coding of movement. Exp.Brain Res.Supp. l7: 327.

Jenkins,I.H. (1994) Motor sequences learning. A study with positron emission tomography, J Neurosci.14,3775.

Manzotti R., Tagliasco V. (2001) Coscienza e realtà, il Mulino, Bologna.

Perfetti C.,Pieroni A (a cura di) (1999) Cervelletto e processi cognitivi, Biblioteca A.Lurija, Forte dei Marmi.

Perfetti C. Pantè F.Rizzello C.(i.c.s.) Un lungo viaggio attraverso la conoscenza. (Uomini e macchine n°2) Riabilitazione Oggi, Milano.

Recanzone G.H. (2000) Cerebral cortical plasticità: perception and skill acquisition, in M.S. Cazzaniga ( ed.) The new cognitive neurosciences,MIT press London.

Varela F. Shear J. (a cura di) (1999) The view from within. First person approaches to the study of consciousness, Exeter, Imprint Academic.

Watzlavick P. (a cura di) (1988) La realtà inventata. Feltrinelli, Milano.

 

SOMMARIO ALTRI ARTICOLI E RELATIVI LINK

Postato il 16 gennaio 2021