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Il Mucchio selvaggio – “Osservare le descrizioni…” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXII – n.5 – Maggio 2005

E mi immergo

…………………

…………………

Ho trovato la mia stabilità

in un equilibrio di errori

e cerco la chiave

nella memoria delle sensazioni

per ognuna un tentativo,

pezzo per pezzo… non riesco

apro gli occhi e nello specchio trovo

l’esatta misura

delle mie difficoltà

e subito il desiderio di correggermi

ma devo tornare a me

chiudo gli occhi e ascolto

e cerco… meglio

lentamente

vago incerto

in cerca di una strada

in un labirinto buio…

un labirinto fatto di sensazioni

che sembravano giuste

Stanco, apro gli occhi

E evito di guardare l’immagine

che mi sta di fronte.

Evito di guardare in quegl’occhi.

Che non sanno dire quello che ho visto.

F.

Caro Direttore,

non pensi che sia improvvisamente impazzito se inizio questo “Mucchio” con una “poesia”. Si tratta della parte finale del componimento di F., che ad un certo punto del suo percorso riabilitativo ha voluto descrivere al terapista quello che stava provando.

Negli ultimi tempi, le descrizioni di F. e degli altri soggetti che trattiamo, ci stanno stimolando a riflettere sul modo di fare osservazione abitualmente posto in atto dagli addetti al recupero.

E’ riconosciuto da tutti che il primo atto riabilitativo è costituito dalla osservazione, che viene condotta allo scopo di raccogliere “dati”che rivestono significato al fine di individuare le modificazioni possibili da raggiungere attraverso le più opportune modalità terapeutiche.

Allo studioso del recupero interessano prevalentemente quei dati che possono essere raccolti ed interpretati in funzione di alcune direttrici diverse, ma tra loro strettamente correlabili in quanto tutte connesse con la ricerca della più efficace strategia di recupero:

a. L’inquadramento fisiopatologico

b. L’inquadramento funzionale

c. L’inquadramento cognitivo

d. L’inquadramento metacognitivo

e. L’inquadramento fenomenologico

Queste due ultime direttrici vengono di solito trascurate anche da chi pretende di recuperare “la persona” e non solo la contrazione muscolare.

E’ proprio dal rapporto tra elementi “neurofisiopatologico”, funzionali ed esperienziali, che deriva il suo valore la osservazione riabilitativa. Solo in questo modo è infatti possibile definire quali modalità percettive, quali processi cognitivi, quali elementi dello specifico motorio, quali immagini utilizzare, quale linguaggio adottare, a quali metafore fare ricorso, quali vissuti e quali componenti emotive e, in definitiva, quali proprietà emergenti del sistema prendere in considerazione, e con quali modalità, per impostare al meglio la condotta terapeutica.

Poiché l’esercizio consiste nello svolgimento di una esperienza valida ai fini della riorganizzazione del sistema leso, che come tale viene ad incidere e ad interagire con altre esperienze, il dato riabilitativo per raggiungere compiutamente il suo significato ed assumere il massimo valore al fine di organizzare la serie degli esercizi (condotta terapeutica), non può fare a meno del “corrispettivo esperienziale”, sia cognitivo che fenomenologico.

Occorre quindi aver chiaro che :

a . osservare non vuol dire solo guardare;

b. osservare non vuol dire solo misurare. La descrizione “obiettiva” della realtà, quella che qualcuno chiama osservazione pura, senza pregiudizi, (per una critica si veda Popper), non permette l’organizzazione dell’esercizio a meno che non ci si voglia limitare ad un approccio occupazionale. Anche un semplice esercizio di rinforzo muscolare richiede una interpretazione della realtà del malato;

c. anche le descrizioni del malato, pur non essendo controllabili visivamente , né misurabili con esattezza, devono far parte della osservazione del riabilitatore (e forse anche degli altri clinici).

Non è possibile fare a meno della descrizione dei vissuti relativi, ad esempio, alla esperienza del corpo, del corpo in movimento, del movimento inteso come interazione con la realtà, e di quel tipo particolare di interazione rappresentato dall’esercitazione.

La descrizione che F. fa, indipendentemente dal fatto che venga da lui espressa in un linguaggio del tutto particolare, del suo sentirsi, delle analisi del suo corpo, della differenza tra corpo visto, corpo sentito e corpo vissuto, fornisce indicazioni di estrema importanza per progettare il suo recupero.

Basti pensare alla “ stabilità trovata in un equilibrio di errori” e alla “memoria di sensazioni”, per rendersi conto del senso che F. dà al cammino percorso. Ma ci sono anche alcune critiche; si guardi bene il senso di quel “ pezzo per pezzo” che sta forse a significare un approccio, nonostante tutto, troppo segmentario. Ci possono trovare facilmente suggerimenti per l’esercizio nelle “sensazioni che sembravano giuste”, e nel “labirinto buio” nel quale assieme al terapista è “in cerca di una strada ”. Per non parlare dei bellissimi versi finali nei quali gli occhi visti nello specchio “che non sanno dire quello che ho visto”, rappresentano una dolente critica alla intramontabile abitudine dello specchio.

Anche gli altri soggetti in trattamento, pur esprimendosi con modalità diverse, se adeguatamente ascoltati raccontano vissuti della medesima rilevanza.

E’ ovvio che, se non viene fatto uso di una interazione linguistica rigorosamente studiata e programmata, i dati raccolti secondo queste modalità rischiano di non rivestire alcun valore terapeutico. Per utilizzarli in funzione dell’esercizio, è necessaria inoltre la capacità di interpretare aspetti del linguaggio del paziente di solito trascurati e di analizzarli in maniera tale da consentire correlazioni, per lo meno a livello di ipotesi, da verificare attraverso l’esercizio, con elementi cognitivi, neuropsicologici e neurofisiologici.

E’ necessario, per esempio, che il riabilitatore sia in grado di analizzare un linguaggio necessariamente metaforico in quanto riferito a vissuti non traducibili agevolmente in parole e costrutti sintattici, tenendo presente che la metafora non è solo un modo di esprimere una rappresentazione, ma soprattutto un modo per costruire l’esperienza, per mettere la diverse esperienze in rapporto tra loro e quindi si potrebbe ipotizzare per organizzare/riorganizzare il sistema leso.

In questo senso le descrizioni che i malati fanno del loro corpo, dei loro movimenti, del loro rapporto con la realtà ed anche di quella particolare esperienza che è l’esercizio terapeutico, non solo entrano a buon diritto nel novero dei dati da ricavare dall’osservazione, ma rappresentano una fonte di informazioni che nessun esame neuropsicologico o neuroradiologico è in grado di fornire.

Naturalmente il raggiungimento di queste capacità richiede, da parte del riabilitatore, un lungo tirocinio, un impegno di tempo e di studio non indifferente, ma soprattutto la consapevolezza che il riabilitare richiede, oltre e forse prima di altre peculiarità, propri strumenti di analisi di informazioni e di raccolta di dati. E’ ben povera una disciplina che non abbia propri strumenti e modalità di osservazione, ma sia costretta a mutuarli da altre discipline.

Come conclusione, caro Direttore Le offro un altro componimento di F: aveva da poco cominciato a camminare ed il suo cammino sotto la guida del terapista non era certo da manuale, però…

I passi che ho fatto

Oggi sono otto mesi che dipendo dagli altri.

Ho fatto parecchi passi:

alcuni sbagliati, altri disperati,

altri ancora audaci, altri ancora leggeri,

altri ancora in lacrime,

altri ancora incerti,

altri ancora deboli,

altri ancora pesanti,

altri ancora ostinati,

altri ancora naturali,

altri ancora illusi,

altri ancora rischiosi,

e altri ancora odiosi per tutti:

non importa in quanti altri modi abbia camminato,

so solo che sono stati tutti passi MIEI.

 

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Postato il 16 gennaio 2021