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Il Mucchio selvaggio – “Pane e salame….” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXII – n.7 – Settembre 2005

Caro Direttore,

si pubblica presso Napoli, per l’esattezza a Tocca Piemonte, Salerno, una strana rivista, piena di illustrazioni e di artifici grafici, dedicata alla riabilitazione come fatto di cultura.

La rivista, piuttosto sofisticata in quanto a elaborazione grafica, si presenta come “rassegna culturale del Centro Studi Montesano” ed è diretta da Riccardo De Falco.

Finalità, dichiarata dall’Editore, è quella di mettere a fuoco “i problemi della riabilitazione attraverso i percorsi del sapere”.

Il titolo, anche questo abbastanza strano, è “Relazioni intenzionali”, in quanto la rivista intende fare riferimento, come problematica di base, alla coscienza ed al suo studio, all’interno del quale l’intenzionalità gioca un ruolo estremamente rilevante (fino ad identificarsi con questa, vedi ad esempio Manzotti e Tagliasco).

Ogni numero di “Relazioni intenzionali” ha carattere monografico e viene dedicato ad uno specifico tema di interesse riabilitativo, che viene presentato attraverso un certo numero di testi accompagnati da una adeguata iconografia e da scritti di commento (che costituiscono una sorta di istruzioni per l’uso), in grado di favorire la elaborazione di correlazioni con il mondo riabilitativo, di domande, di discussioni. Tutto questo nella convinzione, fatta propria dal Centro Studi Montesano, che l’approfondimento di tali tematiche anche dal punto di vista storico, sia un elemento indispensabile per il progresso delle scienze del recupero.

La rivista è ormai giunta al quarto numero e ha preso in considerazione temi della massima rilevanza riabilitativa, quali la problematicità della misurazione nello studio del movimento, il ruolo della rappresentazione visiva del corpo nella organizzazione del movimento, l’importanza del linguaggio nella elaborazione dei vissuti corporei, e, nell’ultimo numero, il processo di recupero inteso come viaggio attraverso la conoscenza.

Per ciascun tema vengono individuati ed offerti al lettore, una serie di riferimenti culturali ripresi dalla letteratura e dalle arti figurative, a dimostrare e sottolineare come i problemi, che si trova in questo momento ad affrontare la riabilitazione, sono in gran parte sovrapponibili a quelli che coinvolgono il mondo più ampio della cultura.

Sfogliando la rivista, il riabilitatore sensibile può rendersi conto di non essere il primo e nemmeno l’unico ad affrontare certe tematiche e che il contributo di intelligenze attive in altri campi del sapere e caratterizzate da altre connotazioni di pensiero, può permettergli di elaborare meglio i suoi problemi attuali e conseguentemente di trovar loro soluzioni più significative e più incisive ai fini del recupero.

In questo senso non è del tutto privo di interesse riabilitativo, sapere che e come, Italo Svevo aveva affrontato il problema del rapporto tra corpo muscolare e corpo fenomenologico e non è privo di nteresse analizzare le sue considerazioni, come viene sottolineato nel primo numero di “Relazioni intenzionali”.

Forse può sembrare strano, come accade nel secondo numero, che si suggerisca ad un riabilitatore di rileggere Pinocchio; ma quanto Collodi dice, a proposito del corpo e delle sue diverse rappresentazioni (visiva, somestesica, tattile, linguistica….) nel capitolo 33, quando il suo burattino conclude la sua avventura nel Paese dei Balocchi, riveste importanza per il riabiliatore attento, quasi almeno quanto la lettura di un trattato di cinesiologia; così come può essere significativo rileggere con attenzione un racconto di Pirandello, nel quale lo scrittore affronta il problema del rapporto tra il corpo e il mondo con i suoi oggetti e la sua realtà e soprattutto metterlo a confronto con le parole di un paziente relative allo stesso tema con il contrappunto di un terapista.

Nel corso dei primi tre numeri, che costituiscono una sorta di trilogia dedicata ad alcuni aspetti del corpo importanti per il lavoro riabilitativo, viene tra l’altro presa in considerazione una serie di personaggi, forse già conosciuti, ma mai valutati per la loro importanza in funzione della comprensione del soggetto da riabilitare..

Il lettore attento si può così rendere conto che Casanova di A. Schnitzler, mister Hide/Jekill di Stevenson e Sandokhan di Salgari e poi altri personaggi di E. T. A. Hoffman, di F. Kafka, di Pirandello…possono essere utili per rendere più complesso l’approccio al soggetto che deve recuperare ed alle tematiche relative al corpo, ove questo non venga visto esclusivamente come somma di pezzi da aggiustare, e forse suggeriscono strategie di comprensione dei problemi del malato e modalità di intervento innovative e, proprio perchè più complesse, più valide.

Così come gli specchi di Roy Lichtenstein, le mani di Pantormo, le spalle delle pietà di Michelangelo, le fotografie di Marey e di Muybridge e Las Meninas di Velasquez, sono in grado di far ragionare sui problemi riabilitativi quanto il Journal of Neurophisiology o Neuroimage.

Basta essere in grado di cogliere i riferimenti, basta essere convinti che anche la riabilitazione, come la filosofia di Aristotele, nasce dalla meraviglia, cioè dalla capacità di rilevare la problematicità dei fatti riabilitativi, e di costruire i problemi attraverso una elaborazione non banale e che questo processo può trarre ispirazione, non solo dalla lettura delle pagine della Bibliografia specifica (quando viene letta), ma anche e forse ancor più da situazioni analoghe vissute da altri in altri contesti del sapere.

Certo la cosa non può neppure essere presa in considerazione, se i cultori delle scienze del recupero, sia quelli laureati in medicina che quelli in fisioterapia, continuano ad essere convinti che la riabilitazione consista in una serie di fatti ai quali rispondere con fatti, consista cioè in una serie di patologie già sufficientemente ed esaurientemente conosciute e ben classificate, per le quali già è pronto un elenco di rimedi, buoni o mediocri che siano poco conta, purchè avvalorati, indipendentemente da ogni loro merito o demerito effettivo, dalla loro presenza tra le pagine della “letteratura internazionale”, come va di moda dire adesso, facendo riferimento alla EBM o al prontuario delle Linee Guida.

Certo, se continuano ad essere convinti che per stabilire che la condotta messa in atto e gli esercizi applicati, ed in definitiva se un soggetto ha recuperato, sia sufficiente tracciare quattro righe su di un diagramma dal nome strano, meglio se straniero e se no richiede troppo tempo….

E’ naturale che se le cose stanno così e che se le convinzioni sono queste, ben poco interesse riveste ogni riferimento a come Pirandello ha affrontato il rapporto tra mente e corpo, o alle teorizzazioni di Debord circa l’importanza della rappresentazione visiva, o il rapporto con l’altro tratteggiato da C. Samonà.

E’ sufficiente procurarsi un elenco di malattie ed un elenco di corrispondenti manovre, possibilmente dotate di una sigla che faccia colpo e tutto va bene….

Proprio per il prevalere di queste mode, come era intuibile, la rivista non ha avuto grande successo nel mondo della riabilitazione, anzi… Visto che viene offerta gratuitamente e che dal punto di vista grafico, indipendentemente dal valore dei testi, risulta veramente pregevole, non è da escludere un certo rifiuto nevrotico da parte del riabilitatore, quasi che temesse di essere posto di fronte, in maniera troppo evidente, alla povertà del suo ragionare.

Il motivo per cui è opportuno forse parlarne nella nostra Rubrica, caro Direttore, non è tanto il successo o l’insuccesso di una rivista, quanto il disinteresse del mondo lavorativo, ma non solo, nel quale io e Lei viviamo, per ogni tematica che vada al di là del pane e salame.

Tutto questo implica un certo ragionamento, o peggio ancora un certo impegno, viene immediatamente guardato con sospetto e successivamente, con diversi pretesti, privato di ogni interesse.

Un tale atteggiamento (culturale anche questo) conduce non solo ad un disinteresse specifico, nei confronti di impegni di studio specifici riferibili a tematiche direttamente collegate con l’attività di palestra (è tanto tempo che vorrei chiederLe di condurre un’inchiesta attraverso il suo periodico sul numero di pagine di riviste e di testi scientifici letti dai diversi fisioaddetti, sia in medicina che in fisioterapia), ma riguarda soprattutto il disinteresse nei confronti di ogni riferimento definibile più ampiamente culturale. Per ogni riferimento, cioé, che possa aiutare a comprendere meglio il proprio modo di ragionare, e soprattutto il proprio modo di vedere l’uomo, il suo rapporto con il mondo, con il suo corpo, con la sua mente con i prodotti del suo cervello e della sua storia, la sua derivazione, il rapporto tra le diverse attività della vita dell’uomo.

Ché questo si intende per cultura!

E’ evidente, a questo punto, che anche il fare riabilitazione rappresenta un fatto di cultura, perchè non può non essere strettamente collegato con l’atteggiamento che ogni operatore, dottore in medicina o in fisioterapia assume nei confronti dell’uomo che a lui si affida per il recupero, del suo essere, dei suoi rapporti con il suo corpo e con la sua mente e del significato del movimento e delle altre costruzioni del suo cervello.

E’ evidente che esistono diverse culture, la cultura del settecento differisce sostanzialmente da quella attuale, la cultura occidentale differisce sostanzialmente da certe culture asiatiche, ma è chiaro che in ogni caso il tentativo di restituire ad un uomo, che l’ha persa, la capacità di muoversi, cioè di entrare in rapporto con la realtà come faceva prima della lesione, non può non coinvolgere la cultura di appartenenza dell’operatore.

Resta allora da domandarsi come mai questo tipo di tematiche non è riconosciuto come rilevante dall’operatore della riabilitazione, laureato in medicina e magari specialista o anche laureato in fisioterapia e anche dottore magistrale.

Resta allora da domandarsi a quale cultura appartenga la massima parte dei cultori delle scienze del recupero, che mostra disinteresse nei confronti di questi temi.

E questo è quanto dovrebbero chiedersi i nostri lettori…e speriamo che non sia quella che appare, cioè la cultura del disimpegno.

 

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Postato il 16 gennaio 2021