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Il Mucchio selvaggio – “Pensaci Annalisa…” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXI – n.7 – Settembre 2004

Cara Dorbolò,

è inutile dirle che ho letto con estremo interesse la Sua (Dorbolò, 2004) graditissima, scritta peraltro con un rara, almeno per il mondo riabilitativo, perizia letteraria. I suoi garbati ringraziamenti ci (parlo anche a nome del Direttore) ricompensano di tanti silenzi.

Credo comunque che oltre che agli innegabili pregi letterari del suo testo, sia utile dedicare la dovuta attenzione anche ad alcune sue riflessioni in esso contenute, che rappresentano uno stimolo per nuove e non marginali osservazioni.

1. Come premessa, intanto vorrei dirle, ma pensavo che fosse comprensibile dal testo e pertanto chiedo venia della poca chiarezza, che il termine “fisiotartari”, che tanto la ha colpita, è stato usato in riferimento non solo ai fisioterapisti (come ora è stato deciso di chiamarvi, peraltro senza proteste da parte vostra), ma a tutti gli addetti alla fisioterapia (che è una cosa ben diversa dalla riabilitazione).

Sotto il termine di “fisiotartari” intendevo comprendere tutte le componenti del mondo fisioterapico, caratterizzate dalla loro assenza.

Vorrei ancora far notare che il richiamo al romanzo di Buzzati, mi è sembrato significativo, non tanto per indicare qualcosa di oggettivo (il comportamento dei fisiotartari), ma piuttosto per descrivere un vissuto soggettivo, il mio e quello del Direttore della Rivista, cioè quello che abbiamo percepito relativamente all’impegno di chi sta rinchiuso nella fortezza Bastiani/Riabilitazione Oggi elaborando strategie, in attesa che qualcuno, i tartari appunto, si faccia vivo, senza rendersi conto che fuori delle mura c’e sostanzialmente deserto e silenzio.

Non era pertanto mia intenzione principale provocare o stimolare i tartari, quanto segnalare la ingenuità e la sostanziale inutilità di un atteggiamento mentale, il mio e quello di Carini, che fino ad allora si era mostrato poco logico, al limite con il masochismo.

2. Fatta questa doverosa premessa, occorre riconoscere che quanto da lei scritto invita a riflettere, e la pregherei di farlo, al di là dei tartari e del tenente Drogo, su di un altro termine della cultura fisioterapica: il deserto (e il silenzio che lo precede). Su questo mi sembra utile un invito a pensare, a partire proprio dalla descrizione, che lei ne dà, assai approfondita, e, forse di là delle sue intenzioni, realmente drammatica.

Si intravedono nel suo testo schiere di terapisti che lavorano duramente col malato, terapisti pieni di buoni sentimenti e di fervore umanitario, e che si trovano alla fine come dice lei “stanchi per aver dato ogni giorno una parte di noi ai malati, una parte fisica ed emotiva che li possa aiutare a sopportare, a vivere, a migliorare grazie alle tecniche riabilitative nuove, alle manovre manuali obsolete, grazie alla nostra partecipazione, al nostro amore”. Però, dopo tutto questo impegno di lavoro, non “sempre abbiamo voglia di farci sentire e di confrontarci in un dialogo costruttivo”. Questi stessi terapisti, cioè, dopo una giornata passata tra mille incombenze e stress, spesso non trovano “minimamente il desiderio di leggere con attenzione anche pagine di determinati mensili” e, anche se trovano il tempo di leggere cose che possono essere interessanti “si dissetano senza prendere posizione, senza scendere in campo, senza percepire il bisogno viscerale di far conoscere la propria opinione, senza schierarsi e senza confrontarsi”.

Lei delinea un quadro reale, anche secondo la mia esperienza, almeno per la parte migliore dei terapisti e forse anche dei medici. Tutti troppo oberati dalla vita di tutti i giorni non hanno più, proprio a causa del loro sincero e severo affaticarsi quotidiano, la disponibilità ad interessarsi a quello che potrebbe definirsi il senso del loro quotidiano lavorare, l’energia per cercare il tempo di leggere, e poi, se anche leggono sia pure cose importanti per la loro professione, non ritengono necessario schierarsi culturalmente, prendere posizione, discutere.

E’ da domandarsi però, e spero che almeno i terapisti prima o poi lo facciano, se in questo modo questi operatori, così attivi per certi versi efficienti, riescano davvero a dare al malato tutto quello che il suo bisogno di recuperare richiederebbe e se sono in grado di operare con la dovuta consapevolezza e con la lucidità opportuna richieste dalle difficoltà di un lavoro complesso come quello riabilitativo, consapevolezza e lucidità che solo da uno studio approfondito accompagnato da altrettanto approfondite sperimentazioni in palestra e discussioni possono derivare.

C’è da domandarsi se questo sia il modo ideale di lavorare col malato, e soprattutto se non sia possibile agire per modificarlo.

3. “La rieducazione”, come in un’altra sede lei dice ad una malata, ”altro non è che un continuo, lento movimento nel divenire di una persona, che coinvolge tutti”  (Dorbolò, 2003) , ma il coinvolgimento, per avere significato per la rieducazione, deve essere diversificato in relazione alle conoscenze di ciascuno dei partecipanti, alle competenze ed al ruolo professionale che ciascuno riveste nel progetto del recupero.

Il coinvolgimento del riabilitatore deve avvenire nel senso che Lakoff definisce “neuro cognitivo”, cioè nella prospettiva di quanto è rilevante l’esperienza svolta insieme al paziente per modificare quella struttura neurologica che deve determinare il recupero.

Se non fosse così, e se il nostro coinvolgimento avesse altre direzioni, altre persone sarebbero più indicate del riabilitatore, il prete , il nonno, lo psicologo e a loro sarebbe opportuno lasciare il campo (ricorda la risposta al dottor Pirola???).

Non è specifico del riabilitatore far divertire il malato, fargli apprezzare la vita, fargli accettare la disabilità. A questo possono e devono pensarci altri, insieme a noi beninteso.

La specificità del coinvolgimento riveste rilevanza anche da un punto di vista etico.

Oggi si fa un gran parlare di etica professionale, ma ci siamo mai domandati per davvero quale è il senso dell’impegno etico per il riabilitatore?

E’ proprio il mancato porsi questa domanda o la rinuncia a risponderle, provi a rifletterci, che è fondamentale per il crearsi del deserto e del silenzio.

Alla fine di quelle giornate spaventosamente piene, delle quali lei scrive, apparentemente tutt’altro che deserte, è indispensabile che, in ogni caso, ciascuno trovi il tempo, il modo e la voglia per domandarsi “quanto di me ho impegnato per tentare di risolvere i problemi del malato che si è affidato a me?”

Ma i problemi, e questo è fondamentale, devono esser quelli dei quali è fatto il nostro lavoro, i problemi riabilitativi ai quali si risponde elaborando ipotesi derivate dallo studio e dalla meditazione ed alle quali si dà conferma attraverso la sperimentazione in palestra e quando occorre anche attraverso l’invenzione dell’esercizio, non altri.

Il malato si rivolge al riabilitatore per imparare a camminare, a toccare, ad interagire col mondo e con gli altri uomini. Ma lei converrà che solo lo studio continuo, la sperimentazione di tutti i giorni in palestra ed il confronto con altri studiosi possono permettere di operare con dignità per tentare di risolvere al meglio i problemi riabilitativi del malato e per questo devono essere visti come impegno prioritario.

Ma quanti sono i fisioaddetti ( FT e FJ) che tutte le sere riescono a farsi questa domanda e soprattutto quanti riescono a rispondersi con sincerità, senza ricorrere a scuse, alibi o altro?

Il problema è sopratutto quello di stabilire delle priorità anche all’interno delle proprie scelte professionali. Un collega a me molto vicino diceva spesso: “ Beato te, Carlo, che hai il tempo per studiare……” in realtà gli sarebbe bastato fare un po’ di ambulatorio di meno o qualche telefonata in meno ai colleghi della Simfer e il tempo lo avrebbe trovato anche lui.

Provi a pensare se questo modo di operare, che lei tanto bene descrive, così affannoso e affrettato, e spesso anche così “quantitativo”, anche se ci trova coinvolti dal punto di vista emotivo, è il massimo che si possa dare alla persona che si affida a noi.

Non pensa che sarebbe meglio se “facessimo” un po’ di meno, e se trovassimo il tempo, magari all’interno del nostro orario di lavoro (come ad altri professionisti del nostro ambito è concesso) per pensare di più, e facendo anche pensare di più, in termini riabilitativi, i malati? E se al posto di produrre numeri, producessimo sapere, cioè trovassimo il modo e il tempo di studiare di più e sopratutto di meditare di più alla luce di quello che siamo riusciti a studiare e magari discutessimo un po’ di più tra noi e con le altre componenti della riabilitazione, non riusciremmo a dar di più ai nostri pazienti???

Certo il budget sarebbe un po’ meno brillante, certo gli incentivi ne sarebbero ridotti e l’ambulatorio e le visite private, per chi le fa, renderebbe un po’ di meno, ma, sicuramente, il recupero del malato ne avrebbe giovamento.

Dalla risposta che il mondo della riabilitazione saprà dare a questa domanda, deriverà la entità del deserto, solo apparentemente affollato, e del suo silenzio, solo apparentemente rumoroso.

E’ così che i fisioaddetti divengono fisiotartari.

Non perché non rispondono alle nostre rubriche (non sono così sprovveduto e poco critico nei nostri confronti), ma perché non ritengono opportuno impegnarsi attivamente nel dibattito culturale, come sarebbe basilare per una reale soluzione dei problemi del malato, e per i nostri.

4. Il terapista da lei tratteggiato, buono, sincero, fisicamente ed emotivamente coinvolto, fa venire in mente quella trovata pubblicitaria fatta circolare da una delle componenti del mondo fisioterapico, nella quale un ometto stilizzato, che rappresenta la fisioterapia, aiuta un altro ( il malato) a lasciare la carrozzella. La trovata pubblicitaria consisterebbe nel fatto che i segmenti corporei del primo omino sono usati per indicare i ruoli che i diversi operatori dovrebbero assumere nel processo fisioterapico. Mentre la categoria che sta diffondendo questo tipo di pubblicità ha scritto il proprio nome sulla testa dell’omino, al terapista, buono e sincero e soprattutto lavoratore, ha riservato il ruolo di braccio.

Non pensa che continuare a non trovare il tempo o la voglia, e rinunciare a discutere, confrontarsi, ed a partecipare in qualche modo alle scelte, corrisponda ad accettare questa visione? E non crede che sia estremamente rischioso accettare il ruolo di braccio, sia pure efficiente ed in qualche modo coinvolto, ma pur sempre braccio.

Le stesse osservazioni si addicono, però, anche all’altra componente.

Lei nel suo scritto parla di persone che devono insegnare e tra questi inserisce anche me. La ringrazio, ma non credo che per me sia molto lusinghiero. Come diceva S. M. Eisenstein “non si può insegnare, si può solo imparare”. Ma si impara solo se si sottopongono a discussione i problemi esposti nel corso del cosiddetto insegnamento, solo se si trova qualcuno con cui discutere, qualcuno con cui confrontarsi, anche provocando domande e contestazioni. Se questo non accade, non si tratta di insegnamento né di apprendimento, ma solo di una sottospecie di silenzio, di una anticamera del deserto, del quale è partecipe e responsabile sia chi pretende di insegnare, sia chi dovrebbe imparare.

Come si fa a non definire fisiotartari coloro che fanno parte di una comunità (perché tale dovrebbe essere) operativa e scientifica, nella quale trovano posto messaggi nei quali una componente assume, a discapito di un’altra, il ruolo di testa/mente, senza sentire alcun disagio nell’assumerlo, non solo perché non si sforza in alcun modo di dimostrarsene all’altezza, ma sopratutto perché, relegando l’altra componente, per lo meno altrettanto importante, ad un ruolo di esecutore materiale, limita di fatto il valore della disciplina.

Ci pensi, signora Dorbolò.

5. Ma pensi anche che il mondo della fisioterapia non è solamente il nostro, quello in cui mi sembra che, magari con diverse sfaccettature, crediamo noi due, che in qualche modo, sia pure con diversi toni, ci arrabattiamo per cercar di superare il silenzio, come anticamera del deserto.

C’è anche chi il silenzio lo supera in altri modi.

Mi diceva il Direttore che sono sempre più frequenti i fisioaddetti che telefonano alla Rivista (vede che qualche volta il tempo si trova?) per richiedere se non ci sia in programma entro l’anno un corso da 15 crediti.

Ha capito?

Non un corso sul massaggio connettivale o sulle PNF, ma un corso purchessia….. L’importante è che permetta di acquisire 15 punti.

Altro che fisiotartari!!!!!

Bibliografia

Dorbolò A. Lettera ad una paziente, in “Storie di palestra” ARS-Il Grandevetro. Santorso, 2003.

Dorbolò A. Da una fisiotartara a Perfetti, Riab oggi, 21,12, 2004.

 

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Postato il 16 gennaio 2021