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Il Mucchio selvaggio – “Piccoli riabilitatori crescono…” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXI – n.9 – Novembre 2004

Caro Professore,

……..ho appena fatto rientro a casa e sento la necessità di scriverle: sto ancora vivendo dentro di me l’entusiasmo delle giornate di Santorso.

(………..)

Ho avuto l’impressione di far parte di un grande gruppo capace di studiare e di operare per cose importanti.

Sono piuttosto vecchia del mestiere, ma credo di non aver mai provato niente di tanto emozionante nella mia vita lavorativa.

grazie.

Caro Direttore,

ogni tanto succedono certi avvenimenti che ti invitano fortemente a modificare le tue idee, i tuoi radicati pregiudizi, e quasi quasi ti verrebbe voglia di cambiare il titolo della rubrica per passare, per esempio, dal “Mucchio selvaggio” a “Orizzonti di gloria” (il riferimento è alle scene finali, spero che qualche lettore ricordi il bel film di S.Kubrick, nelle quali K. Douglas, in seguito ad un evento emotivamente significativo, cambia il suo atteggiamento nei confronti dei suoi soldati).

Mi spiego meglio.

Da tempo è in atto, e spesso ne abbiamo scritto in questa Rubrica, uno strappo tra riabilitazione e fisioterapia, che appare particolarmente rilevante per le sorti delle scienze del recupero, in quanto non è dovuto a motivi puramente tecnici , ma piuttosto ad una diversa visione dell’uomo, del suo corpo, del suo rapporto col mondo.

Un tipo di operatore, il fisioterapista, vede infatti il corpo dell’uomo come uno strumento per compiere sforzi e per modificare la natura con la quale viene in contatto, costituito quindi da leve, argani, molle, pompe, cilindri……l’altro, il riabilitatore, lo ritiene parte del sistema che costituisce la mente; il rapporto con il mondo diviene pertanto di tipo “costruttivo”, per cui i movimenti vengono concepiti come azioni organizzate con lo scopo di permettere la costruzione di informazioni e la assegnazione di senso al mondo. In un caso risulta fondamentale la coscienza che tali scelte dovrebbe permettere ed amplificare, nell’altro le forze che sul mondo dovrebbero essere esercitate.

Le discipline di riferimento dei due operatori sono ovviamente diverse, la fisica, la anatomia per gli uni, la neuroscienze, la filosofia per gli altri che ritengono che meccanica e fisica acquistino significato proprio alla luce delle relazioni intenzionali che il soggetto intende instaurare col mondo.

Conseguentemente, anche i mezzi, gli strumenti, dell’intervento adottati dai due tipi di operatori sono diversi, da un lato i sacchetti di sabbia, gli splint, gli stiramenti, le manovre, i farmaci e le tossine rappresentano la logica traduzione in ambito terapeutico delle forze della natura, dall’altro gli esercizi vengono interpretati come problemi e fanno riferimento a conoscenza, immagine motoria, ipotesi percettive, esperienza cosciente..

Diverso è anche il sostegno che il sistema, inteso come “establishment”, offre ai due tipi di proposta, basta guardare i patrocinii chiesti e concessi agli uni, (presidenti, ministri, sottosegretari) inesistenti per le manifestazioni organizzate dagli altri, le energie economiche profuse nelle organizzazione delle manifestazione dei primi (carta patinata, grandi città e centri congressuali, per gli uni, ciclostile e cinema parrocchiali per gli altri).

Si tratta di due modi differenti di occuparsi di recupero, di due diversi modi di vedere il mondo, di due diversi tipi di ottica nel costruire un modello dell’oggetto di studio ( il corpo dell’uomo malato), di due culture insomma, che non si possono neppure definire antitetiche, ma che sono soltanto diverse, non avendo molti punti in comune.

La interpretazione della situazione non è riconducibile a quanto accadeva qualche anno fa, ai tempi dei battibecchi tra bobatiani e kabatiani, tra sostenitori di Vojta e sostenitori di Delacato, quando ogni mese veniva portata alla attenzione del mondo riabilitativo una nuova proposta, che si diversificava dalle altre solo per qualche motivo tecnico-applicativo, non di fondo, (stiramenti o accorciamenti, riflessi singoli o postura, inibizione prima e attivazione poi o il contrario? Irradiazione si o no… e così via) per cui era facile, per lo studioso del recupero, saltabeccare dall’una all’altra con agevole disinvoltura (ricorda, Direttore, senza mancare di rispetto, chè tanto ne meritano, Milani Comparetti, o Cecilia Morosini???) si trattava in ogni caso di “terapisti della riabilitazione” e quella era “la riabilitazione”.

Credo invece che nella situazione attuale sia realmente giustificata una netta differenziazione, per cui nel primo caso appare opportuno fare ricorso alla denominazione di fisioterapisti e di fisioterapia (denominazione peraltro ambita da parte del primo tipo di operatori, che la hanno ricercata con intensità e che sta a significare in sostanza la loro caratterizzazione, per l’uso di forze fisiche al fine di ottenere il recupero del danno funzionale). Tale denominazione non sembra invece pertinente nel secondo caso, dato che i mezzi fisici rappresentano solo una minima parte dell’intervento, e tra l’altro concettualmente non eccessivamente rilevante, per quanto riguarda il secondo tipo di operatori. Ritengo pertanto che sia più corretto, almeno per ora, parlare di riabilitatori riservandoci poi di caratterizzare meglio, con aggettivazioni diverse, i loro più specifici riferimenti culturali.

In questo ambito si colloca l’avvenimento di cui sono a parlarLe e a cui fanno riferimento la lettera della Collega, la mia introduzione ed anche il curioso titolo di questo “Mucchio”. Riguarda in particolare il convegno tenuto da quegli operatori, definiti riabilitatori, alcune settimane fa a Santorso, in un minuscolo centro dell’alto Vicentino, dentro un modesto teatro parrocchiale in disuso, malamente e scarsamente pubblicizzato con inviti fotocopiati su carta straccia o quasi, senza patrocini (di ministri o sottosegretari), se non quello del sindaco del piccolo comune che ospitava la manifestazione e della USSL alla quale il comune appartiene.

Il titolo del convegno, quasi ermetico per la maggior parte degli addetti al recupero, soprattutto se fisioterapisti, era “ Vivere la conoscenza…e poi…”. L’argomento da dibattere era rappresentato dal significato che lo studio della esperienza cosciente, vissuta e descritta dal malato da riabilitare, poteva rivestire nella pratica riabilitativa, nello studio del recupero e sulla ripercussione delle nuove conoscenze, eventualmente scaturite, sulla formazione dei nuovi terapisti.

La rilevanza dell’avvenimento, anche dal punto di vista emotivo, è stata rappresentata innanzitutto dal numero dei partecipanti, circa duecentocinquanta persone per un evento per niente propagandato e il cui interesse era circoscritto a coloro che si erano occupati dell’argomento, invero assai ostico oltre che poco abituale negli ambienti riabilitativi, poi dal numero delle relazioni presentate: due giorni e mezzo pieni zeppi di contributi (La invito a leggere il fascicolo dei riassunti), ma soprattutto quello che ha colpito e realmente meravigliato è stata la serietà dei convenuti, l’impegno profuso nella preparazione delle relazioni, la puntigliosità nella presentazione delle proprie esperienze e nella discussione per la soluzione dei problemi presentatisi.

Non sembrava neppure di essere ad un convegno di addetti alla fisioterapia, abituati come siamo a sentir disquisire di EBM (si trattava di trovare nuove e più complesse modalità di intervento e di interpretazione della patologia, non di applicare pedissequamente, o quasi, quanto suggerito dalla “letteratura internazionale”, …ma quale!!!!) e intossicati come siamo dalla esaltazione acritica della elaborazione e la applicazione delle “linee guida”, stese chi sa da chi, per guidare le scelte di chi spesso ne sa più di lui….

Il convegno era articolato in diverse sezioni. Dopo una parte iniziale dedicata alla analisi degli studi condotti per verificare il possibile impatto della esperienza cosciente sui processi di recupero, si è passati ad esporre gli indirizzi delle ricerche attuate sul campo, cioè nelle diverse palestre che si occupano dell’argomento, e poi le applicazioni pratiche, messe in atto dai relatori, nel trattamento e nella valutazione dei loro pazienti. Un terza sezione è stata devoluta alla ripercussione sulla didattica di questi argomenti ai fini della formazione dei nuovi terapisti. Questo ha rappresentato anche il tema della tavola rotonda conclusiva che ha visto numerosi e combattivi interventi.

Si è parlato finalmente di malati e di persone, che sono state viste attraverso le loro stesse descrizioni del corpo, del corpo in movimento, del rapporto con il mondo e delle difficoltà da loro sentite e provate in conseguenza alla lesione. Senza trascurare, ovviamente, gli aspetti clinici, neurofisiologici e neuropsicologici connessi .

Chè questo era l’imperativo: tentare di giungere alla definizione di “codeterminazioni” tra quanto riferito dal malato in prima persona e quanto osservato, in terza persona, dall’operatore, tentando cioè di dare significato neurofisiologico alle descrizioni del paziente stesso. Operazione della massima difficoltà, perché impone una accurata e approfondita preparazione dell’operatore e un approccio certo non semplice nei confronti del malato.

Si è sentito finalmente descrivere l’esercitazione fatta sul malato non solo in termini di quadricipiti, di ligamenti crociati, di cervelletto e di nuclei della base, ma anche, e forse è la prima volta che accade in ambito riabilitativo, si è sentito parlare di esperienza cosciente, di inconscio, di emotività, di coerenza emotivo-cognitiva, come elementi sperimentali e sperimentati dell’esercizio terapeutico. L’importante è stato proprio questo: la ricerca di nuove vie per il recupero al di là del coinvolgimento, ovviamente obbligatorio dei muscoli e dei riflessi, ma anche il tentativo di superare le secche ormai riconosciute di certo cognitivismo.

Un recupero della persona ricercato attraverso la persona, come sostiene che debba essere la riabilitazione il nostro amico professor Silvano Boccardi, condotto però in maniera tecnicamente rigorosa, senza rubare compiti all’assistente sociale, al parroco o al compagno di bevute al Bar Sport.

La riabilitazione neurocognitiva nel senso che a questo termine ha assegnato George Lakoff.

L’entusiasmo dei partecipanti ha sottolineato la consapevolezza della importanza di quanto accaduto.

Alla fine, infatti, mentre le persone iniziavano ad abbandonare la sala, una strana atmosfera aleggiava nel teatro, era la sensazione che fosse successo qualcosa di nuovo e di diverso, la impressione che si fosse iniziato a trovare, attraverso il lavoro comune di tre giorni, una via nuova e più complessa per studiare in maniera più approfondita le tematiche importanti che fino ad ora erano state solo intuite, ma soprattutto che si potessero davvero metter insieme tanti cervelli di tante persone desiderose di studiare, sia pur in maniera diversa, gli stessi problemi, e che si potesse continuare a cooperare alla ricerca di soluzioni più adeguate al livello degli studi neuroscientifici, al di fuori delle mortificanti trovate teoriche e pratiche che spesso occupano il campo degli studi sul recupero, umiliando i suoi operatori.

Come dice la Collega nella sua lettera, tutti hanno avuto “l’impressione di far parte di un grande gruppo capace di studiare e di operare per cose importanti”.

Sembrava davvero di trovarsi in un altra realtà con altra gente, che sa leggere, scrivere e ragionare in funzione di un obiettivo importante da raggiungere quale il recupero del malato.

Come Le dicevo, caro Direttore, per un attimo ho avuto la sensazione che forse fosse giunto il momento di mettere in disparte le ormai routinarie depressioni e incertezze, che fosse il caso di rinunciare all’indispensabile e saggio pessimismo della ragione, di ripensare con atteggiamento diverso ai tanti titoli in negativo del “Mucchio”: dalle caviglie del nord est, ai pennelli da cambiare, agli evviva il parroco….

E i fisiotartari???

Certo ce ne sono ancora tanti, ma di sicuro non stavano di casa nel teatrino di Santorso.

 

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Postato il 16 gennaio 2021