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Il Mucchio selvaggio – “Uomini e casi” di Carlo Perfetti, già Direttore Scuola per Terapisti della Riabilitazione

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..Il Mucchio selvaggio

mucchi selvaggi erano le discariche incontrollate

in cui si scaricava di tutto: rifiuti urbani, rifiuti industriali,

scorie tossiche, rifiuti ospedalieri…”

(S. Vassalli)

Tratto da “Riabilitazione Oggi” – Anno XXII – n.9 – Novembre 2005

Caro Direttore,

da tempo stiamo sostenendo, in questa Rubrica, che buona parte delle difficoltà che il terapista incontra nel posto di lavoro nella esecuzione del proprio operare è rappresentata dalla sua “pigrizia” nell’applicarsi ad opere di lettura e scrittura (non è la prima volta che ne parliamo e neppure la prima che Le chiedo di lanciare, attraverso la Rivista, una inchiesta sulle letture del terapista).

La cosa non è di poco rilievo, non è da escludere infatti che, come diceva Don Milani, chi detiene il potere è avvantaggiato dal conoscere molte più parole dei sottoposti.

Proprio per questo è forse da ritenersi che la strategia più sicura per superare certi problemi della categoria, non passi solamente attraverso decreti-legge, ma piuttosto sia correlata alla dimostrazione sul campo del proprio reale valore, e della unicità della propria attività. Questo però è possibile solo se chi sta a contatto col malato lo fa con effettivo rigore e con metodo verificabile, caratteristiche acquisibili solo attraverso la applicazione e lo studio.

In una situazione come quella attuale, i profili, anche se promulgati, rischiano poi di restare lettera morta, non solo per colpa del destino cinico e baro e neppure del “potere fisiatrico”, che spesso appare una invenzione di comodo e un alibi sempre più scoperto.

L’inchiesta che proponevo sarebbe estremamente interessante per appurare se, adesso che gran parte delle scuole riconoscono anche la partecipazione di terapisti a livelli più importanti rispetto al passato, le cose siano, come dovrebbe essere, radicalmente cambiate.

Nel sottolineare questi problemi, almeno fino ad ora, la nostra Rubrica appare una sorta di “Vox clamans in deserto”.

Tra le conseguenze più tangibili resta il fatto che non esiste in alcun modo una letteratura riabilitativa prodotta da terapisti, paragonabile a quella elaborata da altri operatori.

E’ per questo che penso si debba salutare con soddisfazione la pubblicazione di un libro, “Il caso clinico riabilitativo”, scritto/vissuto da un terapista a partire dalle proprie esperienze di lavoro.

Stefano Gusella ha avuto il coraggio di scrivere, in questo momento caratterizzato dalla ricerca ad ogni costo del più piatto conformismo, un libro originale (non una rimasticatura di nozioni riprese da testi di fisiologia, kinesiologia o di altro genere, come è costume abituale), che, oltre che descrivere una proposta di lavoro sperimentata in palestra, mostra anche una non indifferente originalità di studio e di pensiero, ma soprattutto propone il tentativo di individuare vie diverse e peculiari per la riabilitazione (quella vera, vissuta toccando i malati, oltre che studiando i testi delle scienze di base).

Penso che possa interessare ai lettori della Rivista la presentazione del volume, che può servire a sottolineare l’importanza del cercare vie nuove per lo studio del recupero nel momento in cui sta prevalendo un diffuso appiattimento su strategie (EBM, linee guida, FIM e via dicendo…), che tendono a togliere ogni originalità e creatività al lavoro riabilitativo.

Casi e sindromi rappresentano senza alcun dubbio due miti dell’immaginario clinico. Il caso inteso sia come componente anonimo di una categoria di persone tanto più valida quanto più nutrita, sia come individualità della quale studiare una particolare caratteristica, separata dalle altre, attraverso valutazioni, parametri, test, esami quanto più quantificabili possibile. La sindrome come somma di elementi omogenei, la cui coerenza è derivata dalla analisi di un insieme di casi.

Su questi miti e su questo immaginario (la realtà non si manifesta né in casi né in sindromi) è stata fondata la costruzione di tutte le discipline mediche. Sulla base di questi (quanti casi e quali sindromi), è stata progettata la scientificità dell’operare clinico. Non è difficile verificare come entrambi consentano effettivamente una ricerca tranquilla e, soprattutto sicura, di quella quantificazione che rappresenta per la scienza moderna la unica garanzia di serietà e di verità (???), da perseguire anche a discapito di ogni tentativo di comprendere il reale significato della malattia. E’ anche questo un concetto funzionale, attraverso la teorizzazione, spesso portata avanti dagli addetti ai lavori in maniera terroristica, per dimostrare la perniciosità nei confronti del procedere scientifico dello studio della soggettività, della intenzionalità, dei vissuti connessi con la malattia e in definitiva di ogni tentativo di vedere dietro (meglio davanti) alla malattia il malato.

Questi miti e questo immaginario hanno determinato anche una sorta di circolo vizioso formativo.

Good ha ben evidenziato come il frequentatore di ambienti sanitari e ospedalieri, e prima ancora di corsi universitari di vario tipo e livello, non ultimo quello di laurea in FT, non impara tanto l’anatomia o la fisiologia, ma sia costretto, pena la bocciatura, a modificare radicalmente il suo sapere relativamente ai modi di conoscere l’uomo, in maniera funzionale alla collocazione di ogni malato in una specifica casella e alla individuazione, in un determinato uomo malato, del “caso” che presenti gli elementi comuni ad altri casi che compongano una o più sindromi, dalla individuazione delle quali potrà dedurre la modalità dell’intervento terapeutico. In questo modo sarà facilitata la ricerca di altri “casi”, di corrispondenze sindromiche e soprattutto, da una osservazione condotta su queste basi, sarà reso quasi automatico il passaggio alla scelta terapeutica .

L’ideale conclusione di questo processo di organizzazione del sapere (del medico e del “paramedico”, come si diceva una volta, ora del dottore in FT, semplice o magistrale), è rappresentata da una, griglia con due entrate, una per le sindromi, l’altra per le tipologie di terapia consentite, trovata concettualmente squallida, ma culturalmente tanto sicura, che pone l’ignorante al riparo dal rischio di critiche e soprattutto dall’obbligo di dover studiare ed impegnarsi a trovare ipotesi di soluzioni e prima ancora ad individuare problemi.

La acquisizione di questo modo di procedere, proposto dagli schemi culturali dominanti (non solo nel mondo medico), farà sì che la malattia venga messa al primo posto, per usare un facile slogan spesso citato, ma mai sufficientemente meditato, mentre il malato venga lasciato dietro le quinte o addirittura, più spesso, fuori del teatro.

Questo modo di procedere e di formare nuovi adepti, che a loro volta formeranno altri simili a loro e che provvederanno a diffondere lo stesso tipo di sapere anche a livello dei malati stessi, spiega la autorevolezza che vanno acquisendo, anche (o soprattutto???) nel mondo riabilitativo le cosiddette “linee guida”, o la proposta di EBM, che tanto indiscutibili appaiono, che non sarebbero comprensibili se non avessero a monte questo tipo di cultura, con il risultato finale della trasformazione di un uomo in un caso.

Stefano Gusella, autore di questo “Il caso clinico riabilitativo: la narrazione romantica” da anni, va cercando, in buona anche se esigua compagnia, l’antidoto per questo stato di cose.

Il testo è il racconto a due voci di un viaggio attraverso la conoscenza.

Non è la descrizione di un caso, di una sindrome; non sono descritte linee guida, schede magiche ed esercizi ovviamente miracolosi, è il racconto della interazione dell’autore con una persona che presenta problemi nel suo rapporto col mondo e che si rivolge ad una persona più esperta di lei che possa aiutarla.

La riabilitazione neurocognitiva, entro la quale l’autore si muove per i suoi tentativi, può consentire effettivamente la possibilità di vedere l’uomo da un altra angolatura rispetto ai moduli delle proposte culturalmente dominanti.

Johnson sostiene che il riferimento alla neurocognizione rappresenta un punto di base dell’ultima fase della rivoluzione cognitiva. Dopo la prima fase, per la quale Johnson fa riferimento a Chomskij, che considerava la mente dell’uomo alla stregua di un computer, priva di riferimenti corporei significativi (competenza nettamente separata dalla esecuzione), dopo la seconda fase, quella della mente “incorpata”, Johnson fa riferimento ad una terza fase che definisce “neurocognitiva”. Questa terza rivoluzione è stata permessa dai progressi delle neuroscienze, che hanno consentito di studiare i rapporti tra il “corpo fenomenologico” ed il “corpo neurale”.

La proposta di questo autore, è una filosofia della corporeità e della immaginazione e la si ritrova nella “storia” narrata nel testo.

Il lavoro di Gusella prende infatti le mosse, e forse, in alcuni aspetti, anche la supera, da questa visione neurocognitiva dell’uomo e, conseguentemente, della riabilitazione.

Partendo dal lavoro svolto in palestra con tutte le sue ovvie difficoltà e la necessaria provvisorietà del lavoro riabilitativo (non si può aspettare la conclusione della ricerca prima di operare per il recupero), l’autore riesce a dimostrare come un approccio neurocognitivo può consentire il riferimento della condotta terapeutica alla soggettività del paziente (da condurre in maniera seria e rigorosa nei suoi vari parametri ,intenzionalità, immaginazione, rappresentazione …..), può permettere di tener in ogni caso presente la significatività del corpo e della corporeità intesa come meccanismo di base per la costruzione del “sé” (beninteso di un sè neurocognitivo secondo la accezione lakoffiana), e può inoltre consentire di individuare relazioni, sicuramente valide anche sul piano pratico ai fini del recupero, tra gli aspetti biologici e quelli cognitivi, che per una riabilitazione della persona neurocognitiva non possono rappresentare altro che una unità di interazione comportamentale.

Il lettore colto potrà interpretare meglio la proposta di Gusella alla luce della proposta della neurofenomenologia di Varela, molto più che non come tentativo di dare basi riabilitative ad una”scienza romantica”, secondo la teorizzazione di M. Verworn, ripresa poi da Lurija ed in parte anche da Sacks.

Come, e, forse, in maniera più approfondita, rispetto a questi autori, antesignani di una raccolta di dati di tipo “ romantico”, è presente nel testo il tentativo di valorizzare la dimensione linguaggio all’interno degli strumenti terapeutici.

Non solo del linguaggio del terapista, ma anche di quello del paziente.

Questo entra secondo l’autore a buon diritto all’interno di quelli che ancora vengono definiti “dati” da raccogliere, meglio sarebbe dire da costruire, attraverso la osservazione, da registrare in cartella, e soprattutto da tener presenti, dopo l’indispensabile tentativo di individuare correlazioni/codeterminazioni neurofisiologiche, nella scelte terapeutiche, cioè nella individuazione dei parametri dell’esercizio.

 

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Postato il 16 gennaio 2021